Sunday, June 13, 2021
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Premio Strega 2021, “L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito

di Saverio Fontana (dalla redazione catanzarese) Premio Strega 2021,  “L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito Quinta…

By L'Italiano , in Cronaca Italiana Rubriche Spettacolo , at 11/04/2021 Tag:,

di Saverio Fontana (dalla redazione catanzarese)

Premio Strega 2021,  “L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito

Quinta tappa di questo fantastico viaggio che ci sta tanto coinvolgendo. Oggi vi presentiamo L’acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito, Bompiani editore. Candidato nei dodici libri finalisti del Premio Strega 2021.

La proposta è giunta da Giuseppe Montesano che ha riscontrato nell’opera le seguenti qualità:

«È con piacere che presento a questa edizione del Premio Strega L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, una storia ambientata nel paese lacustre di Anguillara Sabazia, una provincia italiana simile e diversa da molte altre province letterarie: dove le case popolari si intrecciano alle villette, all’antico centro storico, al lungolago e ai capannoni in uno sviluppo disarmonico che rispecchia e genera le disarmonie del vivere, uno sviluppo malato nel quale si annidano oscuri i conflitti. In questi luoghi narrativi Giulia Caminito dipana i percorsi di una famiglia proletaria dominata dalla potenza e prepotenza di una madre, Antonia, la prima a imporsi sulla scena con uno stratagemma e una protesta degni della migliore tradizione neorealista, quella inventiva degli inizi. Ma autentica protagonista del romanzo è sua figlia Gaia: voce narrante che sembra spuntare dal profondo, e sguardo che smaschera ogni convenzione sociale – pur restando alla fine imprigionata nelle contraddizioni di un benessere sempre inseguito e sempre destinato a sprofondare nella melma. La maturità narrativa raggiunta da Giulia Caminito sta proprio nella voce e nei gesti di Gaia, nella quale la timidezza affilata e la rabbia soffocata vengono nutrite dalla vergogna, la fatica di un’adolescenza sgraziata sboccia in violenza e la tenerezza si deforma in strazio, secondo una scrittura che è capace allo stesso tempo di distanziamento stilistico e di immedesimazione emotiva. E colpisce il modo in cui la Caminito sa cogliere una realtà contemporanea tracciando una parabola sociale che punta inesorabilmente verso il basso: dalla testarda speranza con cui la madre tenta di restare a galla in un mare di ingiustizie, alla sconfitta desolata della figlia che affonda in un’acqua avvelenata dal risentimento, appesantita da miraggi scadenti e da una cultura che promette ma non mantiene.»

 
Un romanzo che è piaciuto a Simonetta Sciandivasci che l’ha così raccontato su Il Foglio:

“Questo romanzo parla di cose difficili da vedere, strazianti da ammettere. La povertà è quella più importante, il cuore, il motore immobile di una storia che corre veloce, va in molti posti ma non cambia, non sposta, non offre agnizioni, ribaltamenti, rivincite: va soltanto avanti nel tempo. E’ lo scandalo del nostro tempo di occasioni, inclusioni, mobilità: la povertà è diventata una condizione sempre più irreparabile e castale, e ce ne rendiamo conto sempre meno perché sembra vero il contrario, perché il capitalismo l’ha zuccherata, ha messo i viaggi in tasca a tutti. O almeno così ci sembra. Però i poveri senza zucchero, mai dolci come non è mai dolce l’acqua del lago che ha sempre un residuo di gorgo e fango, quei poveri irrimediabilmente poveri esistono e non hanno la casa,  la tv,  internet. Sono invisibili. 

L’invisibilità è l’altro tema di questo romanzo complicato e sanguigno di Giulia Caminito, che è al suo terzo lavoro e per la terza volta conferma ciò in cui è più brava: a mettere occhi su tutto e a dare sguardo a tutti, e stavolta ha raccontato come vede il mondo chi non ha niente. Gaia, la protagonista, è così invisibile che il suo nome compare una volta sola, in calce a una lettera che scrive a un’amica che muore, alla fine della storia. E’ così invisibile che le sono familiari i posti che vede dal treno senza esserci stata. Sua madre Antonia combatte per la casa dall’inizio alla fine, non vince mai, nemmeno quando ha i requisiti, quando fa tutto per bene, e allora da Roma porta ad Anguillara tutta la famiglia, quattro figli e un marito che non può lavorare perché si è scassato le gambe cadendo mentre faceva il muratore in nero. Prima di finire tra i laghi, quelli dove d’estate “il tramonto è una tigre”, Antonia dice una cosa che fa capire Roma più di molte altre: noi non viviamo in periferia perché non abbiamo idea di come sia il centro, non abbiamo mai visto il Colosseo – per chi non vive a Roma si fa fatica a immaginarlo, ma è vero, è verissimo: questa è una città dove puoi vivere e morire senza aver mai messo piede a San Pietro, e la ragione  è la sua concentricità, la sua spietatezza, il classismo che spaccia per autarchia. Gaia cresce, è adolescente nei primi anni del Duemila, niente la infervora, è testarda, non s’innamora, non prova piacere, il primo a chiederle cosa desidera è un ladruncolo che vuole retribuirla per le informazioni sulle case dei ricchi, case che Gaia frequenta perché studia tra i ricchi grazie ai sacrifici di Antonia, case che Gaia non desidera mai grazie alla durezza di Antonia. Sovietica, atemporale, piena d’amore. E’ anche un libro d’amore, questo. Dell’amore terrorizzato e duro che ama chi non ha niente e del mondo vede tutto proprio per questo”.

La prima votazione, che selezionerà la cinquina dei finalisti, si terrà giovedì 10 giugno, mentre l’elezione del vincitore si svolgerà giovedì 8 luglio.

Saverio Fontana

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