Friday, June 18, 2021
Quotidiano Nazionale Indipendente


Monica Ghidini e l’Associazione Hibiscus 2.0

Quel mondo del sociale è un Hibiscus di nome Monica Ghidini di Romano Scaramuzzino (dalla redazione bergamasca) Uno dei miei…


Quel mondo del sociale è un Hibiscus di nome Monica Ghidini

di Romano Scaramuzzino (dalla redazione bergamasca)

Uno dei miei motti è “conosci te stesso e posizionati nel mondo”.

Sto imparando, sempre di più, nel conoscermi e, quindi, nel sapere a cosa sono interessato, cosa mi motiva e cosa dà un senso alla mia vita.

E da quando ho questa percezione esistenziale, non sono io a cercare persone o notizie, ma è come se avvenisse il contrario.

E così, che mi sono imbattuto per caso, anche se io al “caso” non ci credo più, nella persona della dottoressa Monica Ghidini e nella Sua Associazione Hibiscus 2.0.

Affascinato, incuriosito, da una recente notizia, legata alla Sua attività, mi sono proposto di intervistarLa. E la dottoressa, gentilmente, si è resa disponibile a rispondere alle mie domande, alle domande del quotidiano nella versione online  “l’Italiano”.

La dottoressa Monica Ghidini

 Dottoressa, può  introdurci nel mondo del sociale, nel quale Lei opera, a partire dall’Associazione Hibiscus 2.0 che presiede: in cosa consiste, a chi è rivolta e quali sono, quindi, gli obiettivi di tale progetto? 

L’Associazione Hibiscus nasce da un bisogno, mi spiego: fino a due anni lavoravo (da 10 anni) come coordinatore di Istituto per l’area disabilità, presso una scuola superiore di tipo professionale (IfP). I ragazzi con disabilità di cui mi occupavo, potevano frequentare la scuola solo fino al terzo anno perchè, per accedere al quarto, ci volevano competenze maggiori che gli utenti, per diagnosi, non avevano.

Quindi le famiglie si ritrovavano spesso con ragazzini con disabilità media o medio lieve, di 16/17 anni, a casa, senza lavoro e senza poter andare a scuola. I servizi del territorio (Caravaggio e dintorni) non davano molte possibilità di scelta: o accedere a servizi per disabili gravi, oppure attendere le immani lunghe liste di iscrizione al lavoro protetto (che, spesso, esitano in tirocini senza mai concludere contratti).

Quindi che fare? Mi sono sentita sulla pelle la responsabilità di aiutare queste famiglie creando un luogo dove i ragazzi fragili, potessero crescere, emanciparsi dalla famiglia d’origine, apprendere nuove competenze, consolidarne di pregresse.

 Insomma, durante l’estate del 2015 ho redatto e presentato il progetto. Ecco come è nata Hibiscus. Il nome non è casuale: il fiore dell’ibisco è un fiore bello, particolare e raro. Come i nostri ragazzi.

L’associazione Hibiscus nasce come Servizio Formazione all’autonomia che vede protagonisti ragazzi con disabilità medio lieve dai 16 ai 35 anni.

I giorni di apertura sono il lunedi, martedi, mercoledi e venerdi, dalle 9.00 alle 17.00. Negli ultimi tempi, abbiamo aggiunto un giorno completamente gratuito ovvero il giovedi, dove coinvolgiamo i ragazzi in nuove ed entusiasmanti attività come ad esempio l’ultimo progetto ancora in corso, dal nome “Adotta un nonno”, in collaborazione con la RSA di Treviglio – Anni sereni -.

Nei giorni di servizio, invece, i ragazzi lavorano duro: cucinano, puliscono, riassettano, fanno le lavatrici, imparano a stirare. Inoltre, attraverso il laboratorio “euro”, hanno la possibilità di recarsi al supermercato e acquistare prodotti e, quindi, apprendere tutta quella parte dedicata all’economia domestica.

 Ma Hibiscus è anche psicomotricità con Vincenzo Rubini, è laboratorio di letto-scrittura con Katia Vavassori, è laboratorio emotivo affettivo con Vanessa Cattaneo, è cantare e imparare a usare la voce divertendoci, insieme alla vocal coach Daniela Bertazzoli. E, poi, è un grande laboratorio di cucina con Romina Festa e anche di giardinaggio e manutenzione di aiuole pubbliche e giardini con Manuel Arioldi.

 All’interno di Hibiscus si impara a fare di tutto. E il nostro motto è “Lavorare divertendosi”.

Hibiscus inoltre vede protagonisti anche numerosi volontari che ci aiutano sia facendo la spesa (a livello economico) che con donazioni di beni e anche e soprattutto donazione di tempo. E donare il tempo non ha valore.”

L’Associazione dove risiede?

” L’Associazione occupa spazi che il Comune di Caravaggio ha messo a disposizione. In cambio noi ci adoperiamo per la manutenzione ordinaria dei locali, ci occupiamo di alcuni parchi del verde pubblico (pulizia, sfalcio erba e potature) e ospitiamo un utente all’anno gratuitamente.

Le rette vengono pagate o con compartecipazioni dei comuni oppure privatamente dalle famiglie.

Abbiamo sottoposto a Regione Lombardia questo problema e abbiamo chiesto che venga fatta una norma che possa garantire la retta anche per questo tipo di servizio (visto che per i centri di ragazzi gravi già esiste ma lo SFA non è contemplato non essendo un servizio socio sanitario ma socio assistenziale).”

 Recentemente, il 16 aprile scorso, siete stati intervistati dal Tg1. Nel farvi i complimenti anche per questo risultato, Le chiedo com’è stata vissuta questa esperienza da voi tutti.

” E’ stata un’esperienza nuova che ha entusiasmato tutti, dai ragazzi ai genitori a noi operatori. Vederci in TV è stato come dare voce ad ognuno dei ragazzi per dire “ci sono anche io e anche io faccio cose grandi”.

 L’oggetto dell’intervista televisiva era il progetto “Adotta un nonno”, in collaborazione con la Fondazione Anni Sereni-Casa Albergo di Treviglio, il cui presidente è Augusto Baruffi. In cosa consisteva questo piano di lavoro?

” “Adotta un nonno” è un progetto che prevede la realizzazione di un grande orto, fatto dai ragazzi insieme agli ospiti della casa di riposo.

I nonni mettono la loro esperienza e ci danno le dritte…i ragazzi usano il loro vigore per arare la terra, seminare, piantare. Poi si raccoglieranno i frutti e verranno condivisi da entrambe le realtà.

 Adotta un nonno vuole dimostrare che due fragilità insieme non fanno una fragilità più grande bensì fanno una forza.

 Chi sono, per Lei e per i Suoi collaboratori, i ragazzi di Hibiscus?

” I ragazzi sono il fulcro attorno a cui ruota la mia vita.

 Ho lasciato il lavoro per potermi dedicare interamente all’Associazione e ho ripreso gli studi in tarda età (a 40 anni, ora ne ho 46) proprio per poter dare un aiuto efficace attraverso una metodologia accurata.

Ho fatto il percorso al contrario: prima la pratica poi la teoria. Oggi sono laureata in psicologia clinica e posso contribuire trasversalmente dando una mano anche in questo senso.

L’entusiasmo che mi connota cerco di trasmetterlo ad ogni operatore che entra nel mondo di Hibiscus. Sono una persona creativa, con mille idee. Però l’aiuto dei miei collaboratori è essenziale: io sono la mente e loro sono le mie braccia, sempre con grande carica! “

 Ho una mia idea, dottoressa, che questi ragazzi, così come chiunque vive, in genere, simili difficoltà, non sono solo individui che hanno bisogno di aiuto, ma offrono anche al prossimo lezioni di vita che noi mai immagineremmo. Mi conferma questo mio pensiero e, se la Sua risposta è positiva, cosa insegnano a Lei, a tutti noi, questi ragazzi?

” I ragazzi con disabilità mi hanno insegnato e mi insegnano ogni giorno che sono tali e quali alle persone normodotate: hanno solo bisogno di più tempo  e di modalità differenti di insegnamento.

 E hanno bisogno di adulti di riferimento solidi ed empatici che possano guidarli e di cui avere fiducia. I nostri ragazzi anzi, fanno più di quello che fanno i coetanei normodotati: cucinano, lavano, stirano, riassettano.

Cose che, al giorno d’oggi, difficilmente si vedono fare a degli adolescenti, spesso annoiati ,come quelli che popolano l’attuale società.

 E’ normale che un’associazione del genere interagisca con le istituzioni locali e non. Come sono e come auspica che possano diventare questi tipi di rapporti?

” Noi lavoriamo spesso in equipe e siamo noi per primi a chiedere riunioni di confronto annuali con la rete.

Purtroppo viviamo in una società dove la burocrazia è sovrastante e l’individuo ne fa le spese.

  A dire il vero che non sempre troviamo un sociale che accoglie e che si interessa. Spesso mi sono indispettita e inacidita rispetto a questa tematica che mi tocca fortemente. Cosa vorrei?

Vorrei un sociale differente, fatto di gente che “va a vedere”, che visita le associazioni e le cooperative, che possa davvero toccare con mano le realtà e che non passi le ore dietro ad una scrivania,  spesso senza nemmeno conoscere o avere mai visto gli utenti di cui si occupano.

Siamo un po’ stanchi della gente del “posto fisso” per dirla alla Zalone.

Vorrei un sociale che si batte come facciamo noi, affinché  i diritti dei ragazzi fragili vengano rispettati, un sociale dove l’utente ha un nome e un cognome e una propria storia personale che va valorizzata, compresa, accompagnata.

 Collaborate con altre associazioni simili? Se sì, quali?

” Collaboriamo con la cascina Reina a Caravaggio, un luogo magnifico immerso nel verde, dove, con i ragazzi e con i bambini, durante i mesi estivi, organizziamo un campus. Per i ragazzi, sono le meritate ferie dopo un anno di lavoro. Per i bambini, sono esperienze laboratoriali a contatto con natura e animali. E, poi, ci sono le feste, la musica, i fuochi d’artificio. E tante emozioni.”

 Qual è stata la prima reazione che avete avuto quando siamo stati colpiti della pandemia Sars-Cov-2?

” Sicuramente è stato un avvenimento che ci ha profondamente toccati, soprattutto quando abbiamo dovuto chiudere (da marzo 2020 a giugno 2020). I ragazzi sono regrediti molto. Ma, ora, stiamo recuperando. E abbiamo promesso loro che non chiuderemo più. E, forti di questo, ci siamo vaccinati tutti.

 Adesso, invece, nell’attualità, come gestite questo delicato momento? 

” Noi viviamo le giornate in modo leggero e spensierato.

 Usiamo la mascherina e ci laviamo spesso le mani anche se non nego che ogni tanto, un abbraccio scappa.

Siamo emotivi, molto legati, come una grande famiglia. Questo è il bello e a volte il limite di questa esperienza.

Lo definisco limite perché a volte, l’esperienza totalizzante ti permette di instaurare forti legami e proprio per questa ragione, molto spesso ti trovi a rispondere al telefono agli orari più impensabili, o a fare in modo di trovare i fondi anche quando non ci sono, pur di dare qualcosa in più ai ragazzi come fossero figli o fratelli.

 Il successo del singolo è quasi sempre un successo di squadra. Chi vorrebbe ringraziare per i risultati ottenuti?

Ringrazio Katia, per me una sorella, che mi è stata vicina sempre, dall’inizio. Lei è l’educatrice con cui sono partita, 6 anni fa. In tasca avevamo pochi spiccioli (come ora) e poche certezze. Ora, invece , siamo finalmente una grande squadra: 11 ragazzi e 7 operatori. E, durante il campus, 300 famiglie coinvolte!

Ringrazio anche le famiglie che ci hanno dato fiducia, il Vice Sindaco Legramandi che ha creduto in noi e, a volte, si è battuto per noi, ringrazio gli operatori tutti e tutti i volontari e benefattori, perchè, senza di loro, molte cose non avremmo potuto farle. “

 Dottoressa, come possono, le persone interessate,  aiutarvi per collaborare e sviluppare le vostre iniziative sociali?

” Sicuramente contattandoci. Noi siamo aperti a collaborazioni, nuovi progetti, idee, partecipazioni.”

 Quali sono i vostri contatti, al fine di instaurare un primo approccio con Voi?

” Innanzitutto l’email associazionehibiscus@libero.it e il mio cellulare, la pagina fb associazione hibiscus 2.0 e la mia pagina personale.

 Lei mi insegna la massima greca “conosci te stesso”. Durante La sua esperienza, nel sociale, cosa ha conosciuto della dottoressa Ghidini che, prima, Le era sconosciuto?

” Si. Attraverso l’Hibiscus la mia vita è completamente cambiata.

Ero un’insegnante di sostegno e un coordinatore spesso dietro alle scrivanie. Ora cammino a fianco ai ragazzi, do tutto quello che posso, sono molto critica con me stessa e pretendo anche molto da chi mi sta a fianco e mi metto costantemente in discussione… ma so che un segno, per poco che sia, nella mia vita lo sto lasciando.

E questo mi rasserena. Fare per gli altri credo sia una vocazione e io sento di essere chiamata a questo, con tutti i miei limiti e difetti.

 C’è una domanda che un giornalista non Le ha mai posto e che desidererebbe ricevere? Se sì, quale?

” No, in realtà credo di aver detto tutto.

Mi piacerebbe che lei venisse a trovarci per vedere quello che facciamo. Sono sicura che ne rimarrebbe stupito e tornerebbe a casa con un sorriso in più, ma nel cuore.

Finisce qui l’intervista (invito accettato ben volentieri, nda), con la speranza di aver rinnovato in noi e nei lettori,  la certezza, che, al di là delle solite (se pur necessarie) news quotidiane, esistano anche delle realtà che infondono in noi quel senso di responsabilità verso il prossimo , fondamento per costruire o ricostruire  una società migliore.

Più umana e solidale.

Dove, in un terreno arido, fioriscono persone, associazioni, emozioni, vite, che, con il loro profumo, rendono la vita meno difficile a chi ha già un’esistenza di per sé complicata.

Un profumo che poi ritorna al mittente, con un significato chiaro: il tuo, il vostro sforzo non è e non sarà vano.

Romano Scaramuzzino

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