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Giovanni Pascoli, sangue romagnolo della Poesia Italiana

Trovare le reali tracce del Pascoli vuole dire inoltrarsi nell’intrico di gallerie, cunicoli, piste infide ed ingannevoli tra pruni, sterpi di quella selva cartacea che è l’Archivio di casa Pascoli a Castelvecchio

By L'Italiano , in Letteratura Rubriche , at 31/05/2021 Tag:, , ,

Trovare le reali tracce del Pascoli vuole dire inoltrarsi nell’intrico di gallerie, cunicoli, piste infide ed ingannevoli tra pruni, sterpi di quella selva cartacea che è l’Archivio di casa Pascoli a Castelvecchio

di Pierandrea Saccardo (dalla redazione romana)

Chiunque nel passato o nel presente si avvicini alla monumentale opera del Pascoli resta stupito dal profondo contrasto tra l’uomo ed il poeta, infatti in ogni artista prevale l’aspetto umano. L’opera del Pascoli è un fiume in piena, dove le correnti dell’acqua turbinano vorticosamente creando mulinelli e gorghi.

Cesare Gaboli nella sua opera su Pascoli edita da I Meridiani annota: “Trovare le reali tracce del Pascoli vuole dire inoltrarsi nell’intrico di gallerie, cunicoli, piste infide ed ingannevoli tra pruni, sterpi di quella selva cartacea che è l’Archivio di casa Pascoli a Castelvecchio”. In conclusione per lui esiste nell’opera di Pascoli una tragedia rimossa, sconosciuta da ricomporre e decifrare che l’autore ha occultato ai suoi lettori. A suo giudizio oggi non esiste più un referente della poesia pascoliana. E’ uscita di scena l’Italia georgica o per dirla come Pier Paolo Pasolini la civiltà contadina. Questi giudizi sono il frutto delle difficoltà di giudicare il reale significato dell’opera del poeta se non attraverso l’analisi della sua vita contraddittoria, dove la ribellione ed il misticismo sono stati il eterno conflitto. A questo punto ci chiediamo: “Chi è stato l’uomo Pascoli?”

La sua vita come sappiamo viene spezzata a causa dell’uccisione del padre, deve abbandonare il collegio degli Scolopi, dove si era distinto per intelligenza e profitto, nasce in lui un sentimento anarchico socialista che lo porterà in occasione del primo tentativo di assassinio del re Umberto I ad esclamare in un luogo pubblico:” Benedetta sia la mano che ha sparato al re.

Lo udirono i Carabinieri e lo trassero in arresto. Giosuè Carducci che già conosceva il Pascoli intercedette per lui evitandogli una pena più severa.

Conosco il Pascoli e vi assicuro che non ha tendenze delinquenziali” affermò il Carducci. Da questo episodio nacque quell’idillio poetico e filosofico tra il Carducci ed il Pascoli. Un percorso segnato spesso da profondi contrasti tra il Carducci già allora titolare della cattedra di letteratura all’Università di Bologna ed il Pascoli che trascorreva intere giornate oziando. A questo proposito si racconta che un giorno il Carducci chiese a Pascoli: “Che hai fatto oggi?

Pascoli rispose: “Niente.”  A questo punto il Carducci lo rimproverò aspramente. Il giorno dopo Pascoli andò ad iscriversi all’Università e tre anni dopo si laureò.

Ottenuta la laurea grazie al Carducci ebbe una supplenza al ginnasio comunale di

Bologna dove si segnalò per le sue assenze sino a quando il preside disperato scrisse al Carducci: “Mi dispiace disturbarla. Il signor Pascoli continua a mancare. Seguitando così, bisognerà con comune dispiacere, pensare ad altra nomina.” Iniziò per Pascoli un periodo di ristrettezze che lo portarono ad implorare alla sorella il pane. “Io spero che Dio ci sia e ci riveli l’un l’altro spogli della nostra mortalità e delle convinzioni sociali.”

In questo periodo si sviluppa nel Pascoli quel contrasto tra l’amore verso la natura e il fremito di libertà che caratterizzò l’Italia pre-risorgimentale e quella post-unitaria. Nella poesia “La piada” ossia la spianata di grano e di granturco, cibo della povera gente, Pascoli scrive: “Il marito, i figli che sono fuori, al lavoro, stanno per rientrare a casa al richiamo della massaia, l’ape regina della casa”.

Il grido disperato all’uomo di essere libero emerge nella poesia “Gladiatores”. Uno schiavo seguace di Spartaco nella sua ultima notte di vita ricorda la moglie perduta per sempre e che mai più rivedrà.

Il tema della libertà riemerge nella “Canzone del Paradiso”, dove la schiava liberata Flor d’uliva si unisce al re Svevo. E’ una poesia di ispirazione dantesca, novelli Dante e Beatrice.

All’inizio del Novecento vasto fu il carteggio tra Pascoli e d’Annunzio. Quest’ultimo a proposito della mancata premiazione del Pascoli al concorso per il Natale di Roma scrisse sul Corriere della Sera: “Giovanni Pascoli è il più grande poeta latino che sia sorto al mondo, dal secolo di Augusto ad oggi.

Pascoli fu soprattutto il Poeta dove l’anima degli animali viene posta in risalto come nella “Gatta

Era una gatta, assai trita, e non era

d’alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino.

Ora, una notte, (su per il camino

s’ingolfava e rombava la bufera)

trassemi all’uscio il suon di una preghiera,

e lei vidi e il suo figlio a lei vicino.

Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino

tra’ piedi; e sparve nella notte nera.

Che nera notte, piena di dolore!

Pianti e singulti e risa pazze e tetri

urli portava dai deserti il vento.

E la pioggia cadea, vasto fragore,

sferzando i muri e scoppiettando ai vetri.

Facea le fusa il piccolo, contento.

Giovanni Pascoli fu iniziato alla Massoneria dal suo Maestro Venerabile Giosuè Carducci.

                                                                            Pierandrea Saccardo

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