Thursday, September 23, 2021
Quotidiano Nazionale Indipendente


1971-2021: 50 anni fa l’U.S. Catanzaro conquistava la serie A e portava la Calabria tutta nell’Olimpo del Calcio Nazionale. Un libro scritto da Riccardo Colao e Rino Rubino ne celebra l’impresa

Cinquant’anni fa l’US Catanzaro conquistava per la prima volta la serie A… Nel capoluogo di regione arriva il volume celebrativo della storica impresa che portò per la prima volta una intera regione sul palcoscenico del maggior campionato nazionale


di Piero Aiello (da Bologna)

Ci sono luoghi che profumano di ricordi. Posti dove per me il tempo si ferma e, mentre stasera guardo questa foto leggermente sbiadita, penso a quante domeniche ho trascorso in questo posto. Gli anni più belli.

Poi, c’è la musica. La musica che accompagna le nostre emozioni e che a distanza di anni ascoltandone le note, ti riporta in quei luoghi. 

È incredibile l’associazione tra certe canzoni e alcuni periodi della nostra vita.

Erba di casa mia

Mangiavo in fretta e poi

Correvo via

Quante emozioni, un calcio ad un pallone…
Proprio così. Li rivedo gli abbracci con gli amici o chi non c’è più, le lacrime di gioia, di rabbia, i sorrisi, le imprecazioni. Le carovane di auto con le sciarpe fuori dal finestrino e quel tratto di strada che unisce il Tirreno allo Jonio, Vibo Valentia a Catanzaro.

La prima copertina del volume celebrativo scritto da Riccardo Colao e Rino Rubino,
edito da Titani Editori


Quel fatidico 27 giugno del 1971, ero al mare con la mia famiglia. Ricordo perfettamente il posto, una spiaggia tra Vibo Marina e Briatico.

Sotto ogni ombrellone le radioline impazzite raccontavano di un’impresa che apparteneva non solo a Catanzaro, ma ad un’intera Regione. Il riscatto del sud.

Tutto il mondo celebrava quella promozione e mi tornano in mente le parole di Italo Cucci, giornalista bolognese legato per diverse ragioni alla nostra terra, che quel giorno si trovava in America per lavoro:

(…) il 27 giugno del 1971, mi trovavo a New York per seguire un triangolare a cui partecipavano il Santos di Pelè, il West Ham ed il Bologna. Quella sera non si giocò nessuna partita perché la promozione del Catanzaro nella massima serie aveva fatto scoppiare una festa tutta giallorossa anche oltre oceano. Così, tutti quanti, giornalisti, tifosi e cittadini italiani, ci ritrovammo a brindare insieme al successo delle Aquile di Calabria. Il grande Pelè, che non era al corrente di nulla, chiese a tutti cosa fosse successo. La risposta fu una: IL CATANZARO E’ SALITO IN SERIE A.

Quel giorno iniziò tutto.

La prima volta al vecchio “Militare” mi ci portasti tu papà. Era il 9 gennaio del 1972, avevo 9 anni, la partita era Catanzaro Roma valevole per il campionato di serie “A”.

La gigantesca A eretta sul Corso Mazzini nell’estate del 1971

Poi, quante altre volte. Ricordo benissimo gli attimi che precedettero il nostro ingresso.  Per me, quella prima volta, fu un misto tra emozione e paura. Lo stadio mi sembrava immenso, io guardavo in alto e vedevo questa copertura della tribuna enorme, sorretta da 7 piloni di acciaio – ricordo li contai uno a uno – che non permettevano di vedere tutto il campo. Mi viene da ridere al ricordo dei ritardatari che per poter avere la visuale completa di una delle due porte, dovevano ondeggiare da una parte all’altra…
E poi, come se lo sentissi ora, il calore della gente, ogni domenica era una festa. Trenta, trentacinquemila, forse anche quarantamila persone delle volte, e io che avevo paura di perdermi e tenevo stretta la tua mano, papà, e non vedevo quasi nulla, a malapena un quarto di prato verde.

La gente tutta in piedi, stipata come sardine, mi trasmetteva una passione intensa per quei colori che percepivo entrarmi in circolo fino al profondo del cuore. Lì sarebbe rimasta per resto della mia vita.

Angelo Mammì colpisce di testa e buca la rete difesa da Spalazzi. E’ il gol con cui il Catanzaro supererà lo spareggio volando direttamente in serie A. 27 giugno 191 al San Paolo di Napoli

Poi i boati, i goal e gli abbracci, la gente che sembrava impazzita. Spesso mi trovavo in braccio a qualche sconosciuto, non sapevo chi fosse o forse sì, non ricordo e non importava. Ma ricordo bene invece le tue braccia al cielo, il sorriso, la tua felicità per quei goal.
Inevitabile allora pensare a te guardando questa foto. A quante volte ci siamo abbracciati in quello stadio.

Alla nostra ultima partita insieme, anzi, agli ultimi istanti. Come dimenticarla.

Uno stadio in delirio, ammutolito da un goal al 96^ di Paolo Monelli, all’epoca attaccante della Lazio. Un recupero scandaloso che provocò l’ira di tutti, un sogno svanito, la promozione in serie “A” persa ingiustamente per uno dei tanti torti arbitrali.
Quella volta ti presi io per mano: “Papà dai, andiamo… che troveremo casino fuori”.

C’era rabbia. Andammo via velocemente, ma dopo un po’ ti fermasti. Avevi bisogno di un attimo di riposo. Quella salita che costeggiava il “Pugliese” fu testimone dell’inizio del calvario. I primi segnali inequivocabili dei tuoi irreversibili problemi cardiaci.
Piero, tranquillo… ho solo un po’ di formicolio al petto. Ora mi fermo e passa.
In effetti, dopo poco, il dolore passò.  

Gianni Seghedoni, l’allenatore detto “il sergente di ferro”

Era il 15 maggio del 1988, la partita Catanzaro Lazio.

Quel giorno cominciai ad avere paura. Vederti così, vedere l’uomo tutto d’un pezzo cui ero abituato così in affanno mi preoccupò. Una preoccupazione mista alla rabbia per quella partita. Tanta rabbia, per un furto in piena regola che ha compromesso l’intera stagione. Una domenica infausta.

La sera ci pensai a lungo a quel risultato. Dicono che la notte porti consiglio. Non è sempre così, dico io. O perlomeno non fu così quella volta. Alla fine non ebbi bisogno di alcun consiglio. Anzi arrivò una certezza. Nulla avrebbe scalfito la mia fede, neanche la più amara delle sconfitte e quella notte ne ebbi la conferma. I due episodi, il torto arbitrale e quel malessere, erano inevitabilmente correlati, e io avvertii in mio padre il dolore di chi ama.

Oggi lui non c’è più, mi ha lasciato in una calda mattina di maggio del 2004, dieci giorni dopo arrivò la serie “B”.

Adesso tocca a me trasmettere quelle sensazioni, spiegare a mio figlio i perché di questa passione così viscerale per una semplice squadra di calcio. Sono tanti:

  • perché la associo a mio padre e al mio meraviglioso passato;
  • perché il Catanzaro non è solo una squadra di calcio. È amore, tormento, storia, amicizie mai tramontate, desideri, ricordi, dolori, pianti, sorrisi, persone che non ci sono più;
  • perché è un attaccamento alle radici che racchiude un sentimento che va al di là del semplice concetto di tifo;
  • perché genera emozioni continue. E non cambia nulla se non si vince. Passata la delusione del momento, tornano ad esplodere, sta nella natura stessa di quelle emozioni;
  • perché in quei colori ci sono i nostri tempi vissuti, i nostri affetti più cari;
  • perché è un amore disinteressato. Ancorato alle origini È la difesa della identità, ed io ne vado fiero. E quando, qui al nord, mi chiedono: “Piero, ma sto Catanzaro?” Io alzo le spalle e rispondo: “Sto Catanzaro mi fa dannare, ma la fede è fede e nessuna sconfitta scalfirà la passione che ho per lui…”;
  • Perché quel prato è stato testimone oculare del riscatto sociale di una Regione che lì nonaveva confini e divisioni, rappresentata da undici leoni e meravigliosamente colorata da “il giallo della terra il rosso del mio cuore”.
  • Ma soprattutto perché ogni volta che percorro quella salita, il cuore che batte dentro di me non è più il mio, diventa il suo.  “Diventa il cuore di mio padre”.

Sono tanti i ricordi scolpiti nella mia mente, ne cito uno che forse rappresenta pienamente il senso di questo mio scritto.

Era l’ultima giornata del campionato 77/78, si doveva vincere per tornare in serie “A”. La partita era contro il Como, il “Militare” era stracolmo.

Quel giorno eravamo insieme, io e mio padre. Curva io, tribuna lui. Ricordo mi colpì uno striscione che campeggiava nella parte superiore della tribuna: “Lassù qualcuno aspetta il Catanzaro”.

Sono convinto che quello “storico” striscione sintetizzi completamente il senso di questa appartenenza. 

Abbiamo allora nuovamente bisogno di indossare l’abito dell’entusiasmo e riappropriarci della nostra storia.
Senza più permettere a nessuno di negare i nostri sogni di rinascita.
Continuiamo, a prescindere dai risultati, a rivendicare con orgoglio il passato di chi per primo, ha fatto conoscere in Calabria il calcio che conta.
Continuiamo a gioire per quei colori, perché seguire il Catanzaro è un meraviglioso privilegio.  Sì, proprio così: un “meraviglioso privilegio”. E allora viviamolo questo Catanzaro, per noi e per “loro” che ci hanno tramandato questa passione e ora non ci sono più.

Loro, che restano dentro di noi e ogni giorno ci ricordano che “Lassù qualcuno aspetta il Catanzaro”.

Ecco caro figlio, questi i “perché” del mio amore per il CATANZARO e spero che domani siano anche i tuoi.  

Volevo dirtelo, ne avevo bisogno.

Questa sera, guardando quella foto e pensando a quel luogo sacro, mi piacerebbe avere un solo minuto con te papà e tornare in curva, sotto quell’albero e, come allora, riabbracciarti per un goal. Poi ti lascerei tornare lassù. È impossibile, lo so, ma stasera voglio sognare. Allora spengo la luce, chiudo gli occhi e vedo quel prato verde, immagino un calcio d’angolo, un piccolo calciatore con i baffi che calcia, una rete che si gonfia e noi ad urlare pazzi di gioia. “… Massimè… Massimè… pari na molla… pari na molla.”

Tutto il resto è storia, storia di passioni, di amori e di un uomo che per una sera ha voglia di tornare ragazzo …
Nel frattempo si è fatta mezzanotte. Buonanotte Papà. ️Tuo per sempre Piero



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