Saturday, September 25, 2021
Quotidiano Nazionale Indipendente


Gianni Diotaiuti: il Destino di un Battista

di Adele Fulciniti (Quotidiano l’Italiano)    Il 24 giugno 2021, giorno in cui Firenze celebrava il suo Santo Patrono, accogliendolo…


di Adele Fulciniti (Quotidiano l’Italiano)

   Il 24 giugno 2021, giorno in cui Firenze celebrava il suo Santo Patrono, accogliendolo coi fuochi d’artificio sfolgoranti nel cielo serotino della magica città, un pensiero unisono, in perfetta congiuntura astrale, volava lassù agli esordi di questa torrida estate, a raggiungere un fiorentino doc: Gianni Diotaiuti, da parte dell’innumerevole schiera dei suoi battezzati, vale a dire delle centinaia, migliaia di giovani e meno giovani che da un capo all’altro del globo si riconoscono come i ragazzi di Gianni e che, nell’arco della sua indefessa attività didattica, si sono passati la staffetta di generazione in generazione , nel ricevere da lui il sacro crisma dello spettacolo, con una modalità per nulla dissimile dalle lingue di fuoco che il giorno della pentecoste scesero sul capo degli apostoli, infondendo nel loro essere il dono della parola. La metafora, rivolta a colui che soleva definirsi “Il maestro elementare della dizione italiana”, sembrerebbe travalicare ogni limite dell’azzardo se non fosse che il suo genio, unito a un grande amore e a una sconfinata passione accompagnata dalle sue infallibili doti psicopedagogiche, aveva saputo trasformare, in anni e anni di duro lavoro, tanti piccoli anatroccoli in magnifici cigni, penetrando il cuore dei suoi pupilli.

    Giovanni Battista Diotaiuti era nato il 16 novembre 1926 in quel prezioso scrigno che è Firenze e, come Franco Zeffirelli, si era nutrito della bellezza della città gioiello che proprio in quegli anni, aveva dato vita a una rosa di personaggi di spicco che avrebbero cambiato il volto della storia d’Italia. Egli, del suo illustro coevo e concittadino, incarnava il grande gusto del bello oltre che la personalità poliedrica, l’acuta ironia, l’irresistibile fascino e un contagioso entusiasmo vestito di quella ruvida e caustica sagacia appartenente alla loro fiorentinità.

   Gianni, come lui, si sentì ben presto stringere il collo dal nodo scorsoio della mediocrità della provincia, sia pur una provincia di lusso quale poteva essere Firenze. Così, una provvidenziale scrittura da parte del teatro Petruzzelli di Bari, offrì al giovane talentuoso una buona scusa per evadere. Veniva dal mondo della danza classica ed era un provetto ballerino. Dalla scatola magica dei ricordi dell’epoca in cui ero sua allieva al Centro d’ Arte Drammatica di Catanzaro, balza ora ai miei occhi la sua plastica figura che, tra capovolte e piroette, mi abbaglia come allora, nella sua sfavillante dimostrazione alla classe di “S’io fossi foco” di Cecco Angiolieri.

   La sua passione per la prosa lo spingeva tuttavia a non proseguire per quella strada pur felicemente intrapresa e perciò abbandonò improvvisamente la compagnia e partì alla volta di Roma, fermamente deciso a ricominciare daccapo.

   Aveva 27 anni il caparbio giovanotto, quando varcò l’ambita soglia dell’Accademia Nazionale D’arte Drammatica fondata e diretta dal grande storico e critico del teatro, Silvio d’Amico, che accoglieva un manipolo irripetibile di docenti, faro e modello per il resto del mondo, quali , tra gli altri, oltre allo stesso d’Amico, Wanda Capodaglio, Orazio Costa Giovangigli, Ruggero Ruggeri, Sergio Tofano, e lì, il giovane Diotaiuti non mancò di farsi notare per diligenza e brillantezza , distinguendosi al punto da vincere, a conclusione del triennio, l’agognata borsa di studio che gli permise di partire per New York e di seguire le lezioni all’Actors Studio diretto da Lee Strassberg da cui sono passati i più famosi attori di Hollywood, primi fra tutti:  James  Dean e Marilyn  Monroe. Il Maestro era stupefatto dalla velocità con cui l’unico studente italiano del gruppo riusciva a raggiungere, a differenza di tutti gli altri, l’immedesimazione nel personaggio e la sintonia con ogni singolo attore presente in scena e con ciascun elemento scenico secondo il metodo stanislavskij e, alla domanda di Strassberg sul segreto di così rapidi risultati, rispose senza scomporsi: – È per via del modo empatico di vivere le emozioni, cosa che in Italia avviene naturalmente … Dev’essere l’eredità del pathos greco -. Lo sguardo del piccolo e occhialuto regista era perso nel vuoto, – Già…- Sussurrò a mezza voce…  – È perciò che appena si mette piede sul suolo italiano, ci si sente avvolti dal respiro dell’amore. –

   Furono queste e molte altre le doti che indussero, in seguito, Alessandro Fersen a convincere Gianni a lasciare la carriera di attore, intrapresa con successo, per prendere il posto di assistente nella sua scuola – Diotaiuti! –  Esordì con gravità il vate svedese del teatro – Lei ha il dono di infondere nei giovani, fede, speranza e determinazione. I ragazzi che Le chiedono di essere preparati per l’esame d’ingresso in questa scuola, arrivano qui come dei piccoli professionisti. Tutto quello che Lei riesce a trasmettere loro è frutto di uno speciale carisma, una vocazione di cui non è ancora consapevole, ma che potrebbe illuminare le menti di intere generazioni -. Tali argomenti finirono per far capitolare il giovane di belle speranze che rinunciò alle tournées accanto alle più popolari stelle del teatro dell’epoca e alle prestazioni radiofoniche della sua voce calda e suadente, presso gli studi RAI di Torino. Ma dirottando il suo percorso decretò la sua fortuna. Le parole di Fersen erano state profetiche, la sua stessa scuola fu vivificata dalla travolgente carica energetica del nuovo docente che riuscì subito a far breccia nel cuore dei suoi studenti, spesso smarriti e con un estremo bisogno di una figura carismatica che li guidasse nel cammino della vita.

   Egli rivelò perfino particolari doti di taumaturgo della voce , risolvendo difficili casi dove niente avevano potuto i logopedisti, facendo recitare i ragazzi sordi o, addirittura senza palato a causa del labbro leporino, con sorprendente abilità , mettendo in pratica le regole della tecnica vocale, ma soprattutto adottando la terapia dell’amore, un amore scomodo, pronto ad abbracciare e a bacchettare a rispettare e ad esigere rispetto, trattando tutti allo stesso modo, dai ministri di governo ai personaggi televisivi che gli chiedevano lezioni anche di notte, ai carcerati che non hanno smesso di benedire l’esperienza teatrale con lui per il resto della loro esistenza.

Cominciarono a piovere a raffica le richieste della sua consulenza artistica da parte delle più prestigiose scuole di recitazione sparse per la città e la FONOROMA non mancò di offrirgli un incarico, presso la scuola di doppiaggio annessa, come insegnante ufficiale di dizione italiana; quindi la sequela di premi, primi fra tutti: il Premio Europa,  il Premio Campidoglio consegnatogli da Giulio Andreotti, fino alla Croce Di Cavaliere della Repubblica Italiana, appuntatagli sul petto dal Presidente Sandro Pertini, al Quirinale.

   Il teatro La Scaletta  in via del Collegio Romano prima, e il teatro Quirino poi ospitarono i suoi saggi di fine anno accademico allestiti presso il Conservatorio Teatrale da lui stesso creato a conclusione della sua fruttuosa esperienza con Fersen, che si avvaleva di collaboratori del calibro di Giovanni Antonucci, Lucia Poli o, addirittura, Cesare Zavattini, assurti sempre al rango di spettacoli di primissimo ordine, grazie al tocco mirabile delle sue regie, richiamando tra il pubblico personaggi di ampio respiro nazionale e internazionale.

   La sua fama varcò ben presto i confini dell’Urbe e si trovò ad essere convocato di città in città per la sua nomea di mago dell’arte scenica. Fu Catanzaro a fare da apripista, cui seguirono a ruota : Salerno, Napoli, Benevento, Reggio Calabria e così via, fino a coprire tutto il territorio nazionale. Molti attori affermati, provenienti da ogni più remoto angolo d’Italia e oltralpe, sono stati plasmati dalle sue mani.

   Gianni Diotaiuti moriva il 1° gennaio 2020, all’età di 93 anni; aveva continuato a lavorare fino all’antivigilia di Natale, quando aveva salutato i suoi allievi –Mi raccomando, non tornate, dopo le feste, svogliati e sfatti dalle grandi abboffate! – No, Maestro, torneremo pronti e pimpanti come lei ci vuole sempre! – Non immaginavano fosse l’ultima volta. Eppure erano trent’ anni che egli lottava a denti stretti come un titano, contro i gravissimi problemi di salute che a fasi alterne lo tormentavano, combattendo con eroico stoicismo ed esorcizzando le più atroci sofferenze con le sue proverbiali battute esilaranti, senza arrendersi fino all’ultimo respiro, com’era accaduto, per comune destino al suo concittadino famoso, per similitudine qui più volte citato.

   La sua opera continua, tuttavia, grazie all’abnegazione di Andrea Papalotti, suo ex allievo e fedele assistente, nonché abile regista, che ha preso coraggiosamente il comando della nave dei sogni costruita dal suo capitano, cogliendone il messaggio più pregnante, quello di non issare mai la bandiera bianca della resa, e assumendosi il compito di trasmetterlo alle nuove leve.

   E ora, in questo scorcio d’agosto un coro di voci si libra in volo dai quattro punti cardinali della terra per gridare a lui: – Noi ti ringraziamo Maestro per averci insegnato il valore dell’umiltà in mille modi, ad esempio, prendendo in mano la ramazza nei teatrini polverosi, urlando: – Beh! Cosa aspettate ad aiutarmi? La Befana? Su! Pigroni! Lì ci sono secchi, scope e stracci… E smettetela di guardar quegli arnesi con sussiego! Forzaaa! Ricordatevi che l’attore finisce dove comincia il divo! – Noi ti benediciamo per aver eliminato dal nostro vocabolario le parole stanco e annoiato e le esclamazioni Uffa! Che barba! Oggi non me la sento! Risuonano alle nostre orecchie i tuoi accenti decisi: -Mi avete mai sentito dire sono stanco? Dovreste approfittare di ogni istante per assaporare la meraviglia, il potere, la magia del teatro e della vita, invece di sprecare il vostro tempo a disperdere le migliori energie nelle vostre insulse lamentele. Sono le tre del mattino? E con questo? Se non vi sta bene quella è la porta, ma, se uscirete, non vi illudete di poter rientrare! Qualcuno provò a farlo quella sera a Catanzaro, ma tornò indietro allarmatissimo, annunciandoci che eravamo chiusi dentro; l’usciere se n’era andato, dando per scontato che in sala prove, su, all’ultimo piano, non ci fosse più nessuno e per di più aveva provveduto a insistere accuratamente con le mandate. Era il 1980 e non c’erano i telefoni cellulari. Ci precipitammo giù per le scale in preda all’ansia che si dissolse in una gran risata, quando ci accorgemmo che un nugolo di genitori picchiava all’uscio urlando forsennatamente. Tutto andò a buon fine e la magia dell’avventura ci avvolse come sempre e ovunque ci trovassimo con lui.

   – A proposito, Giannino, grazie per aver saputo far scaturire l’ilarità da ogni situazione, dalla più solenne alla più grottesca. E per questo ti imploriamo a gran voce: – Gianni, travolgici ancora nel turbine della tua allegria e facci ridere, facci ridere di nuovo, ogni giorno, indimenticabile Maestro!

Adele Fulciniti

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