Tuesday, October 19, 2021
Quotidiano Nazionale Indipendente


La “pazza” della città

Fu così, che con rabbia, vinta però dal proprio io che li accusava, che dal più anziano al più giovane, fecero cadere dalle loro mani quelle pietre poiché da accusatori si sentirono, senza poter ammettere il contrario, accusati ma anche perdonati.


Racconto breve di Romano Scaramuzzino (per il Quotidiano l’Italiano)

Romano Scaramuzzino ci propone un suo racconto breve tratto dall’episodio evangelico della “donna adultera”

Eccola presa, la “pazza” della città. 

Buttata lì, in mezzo alla strada, semi nuda.

Colta in fragrante, lei, l’adultera. Trovata a letto con un uomo.

Presa, da quel luogo di peccato, da uomini anziani e no, e strattonata, tirata con la forza per poterla portare al cospetto di colui che agiva come un maestro in città.

Ma lo era troppo, maestro, per quegli uomini, quella persona. E ciò infastidiva loro.

 Loro che detenevano un ruolo prestigioso in quel paese.

“Chi si credeva di essere costui?  Cosa credeva di pensare?  Magari è convinto di essere superiore a noi? Noi che siamo uomini e che rivestiamo una carica importante in questa città?”. Questo avevano in mente.

Quale prova, quale modo per farlo cadere, allora, il maestro che mai aveva sbagliato fino adesso?

Anche se parlava con autorità, tra l’altro, era umile, quest’uomo. E ciò li faceva ancora arrabbiare di più.

 Difficile trovare un motivo per metterlo in difficoltà.

Ma, ecco, questa donna, che non aveva nome, perché per tutti, il suo, di nome, era un’etichetta, una condanna. Lei, per il popolo era, infatti, la “pazza” della città, che non riusciva a tenere a freno i propri impulsi sessuali, che si concedeva a uomini, sposati e no, l’adultera, forse la prostituita, che adesso era diventata un ottimo pretesto per mettere alla prova quell’uomo.

E ai piedi del maestro, adesso, si trovava.

Per la legge del posto, quella donna era da condannare. Tramite una pena dura, esemplare: la lapidazione.

Così era previsto, in quella città del Vicino Oriente, ma che limiti geografici non aveva, riguardo a certe leggi, perché in molti luoghi del mondo, così venivano giudicate quel tipo di donne.

E mentre la “pazza” era per terra, fra la polvere, in mezzo alla strada, tra il maestro e i suoi accusatori, quest’ultimi, subito si misero a dire, rivolgendosi a lui:

“Maestro (lo chiamavano così per ipocrisia e nello stesso tempo per ironia e per presentarsi a lui in modo formalmente corretto, giusto per non essere riprovati), ecco, questa donna è stata colta in fallo. L’abbiamo trovata mentre compiva un reato agli occhi della Legge, ha compiuto adulterio. Va lapidata, dunque, ma tu, che ti ritieni buono e saggio e che predichi l’amore e il perdono. cosa ne dici? La possiamo uccidere? O vai tu stesso contro la Legge?”.

Quel tale, il maestro, pur ascoltando ciò che loro dicevano, non li guardò in viso, invece si chinò per terra e con il suo dito scrisse tra la polvere.

Ma mentre egli lo faceva, gli altri continuavano a porgli delle domande, dei quesiti.

Non ci è dato di sapere con certezza cosa lui redisse, ma, mia sia concesso, il pensare che egli scrisse i nomi di quegli uomini.

E quest’ultimi, leggendoli, si chiesero nel loro intimo, come poteva quest’uomo, conoscerli?

Il Maestro, solo allora alzò il suo capo, e guardandoli disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.

In pochi minuti la situazione si era ribaltata.

In quel momento era il Maestroa porre quegli uomini in difficoltà.

Intanto, quell’Uomo, per una seconda volta, quindi, si abbassò per scrivere in terra.

Mentre la donna, tremante, aspettava l’esito della sentenza.

Lei che di pietre ne aveva già ricevute nella sua vita. Sì, perché ogni parola, ogni offesa, ogni opportunità che gli uomini della città coglievano per approfittare del suo corpo, lei, che non riusciva a dir di no a queste debolezze, erano tutte pietre che colpivano il suo animo, devastandolo.

Personalità ferita, la sua, e, adesso che era giunta al massimo della sua umiliazione, la donna era combattuta tra la voglia di andar via per sempre da quella brutta vita alla paura di morire.

“Sì, è meglio che finisca così la mia esistenza. È meglio che io muoia piuttosto che subire queste angherie del continuo”, aveva pensato, mentre cercava di coprire il suo corpo semi nudo con i vestiti da quegli uomini strappati.

Non abbiamo certezza di cosa abbia scritto il maestro per la seconda volta ma anche per questa occasione, mi sia concesso il pensarlo.

Queste parole, si leggevano per terra “Tutti voi avete peccato perché tutti voi, dal più anziano al più giovane siete stati con lei, commettendo adulterio. Io so chi siete, nella realtà, vi conosco non come vi conoscono per apparenza i vostri concittadini, le vostre famiglie. Vi conosco per quello che siete veramente”.

Quelle parole colpirono nell’orgoglio ma anche nella coscienza quegli uomini grandi e giovani d’età.

Fu così, che con rabbia, vinta però dal proprio io che li accusava, che dal più anziano al più giovane, fecero cadere dalle loro mani quelle pietre poiché da accusatori si sentirono, senza poter ammettere il contrario, accusati ma anche perdonati.

Come adulteri, fornicatori, erano da punire secondo la Legge, ma il maestro li aveva perdonati.

E poi lui, la conosceva la Legge, non quella distorta dagli uomini ma quella reale.

Infatti, dove era quell’uomo con il quale lei aveva commesso quel peccato, che secondo la tradizione doveva essere presente nel giudizio?

Ecco, un altro errore di quegli uomini.

E poi quel dito.

Ma non scrisse con il proprio dito le regole da seguire nella vita, il loro di Maestro?

Chi era allora quella persona di fronte a loro. Chi era questi che conosceva la Legge ma nello stesso tempo possedeva un’autorità che somigliava al loro Legislatore?

Confusi, paurosi, tremanti quegli uomini tornarono presso le loro case.

Erano così sicuri di uscirne vittoriosi da quella trappola, invece, adesso, amaramente dovevano accettare non solo la sconfitta ma anche il perdono da chi volevano annientare.

In quella scena, che mi sembra di vedere come un dipinto, rimasero la donna con il Maestro.

Come si svilupperà adesso il tutto?

Come si comporterà il Maestro con quella donna?

Se lo chiedeva pure lei.

Quest’ultima che, intanto, si era rialzata da terra, piena di polvere, cogliendo quella mano che Lui le aveva dato per risollevarsi.

Il viso di quell’ Uomo era risplendente.

Nei suoi occhi non c’era nessuna rabbia, nessun pregiudizio, disse solo delle parole di perdono e di raccomandazione.

“Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuna ti ha condannata?”, domandò il Maestro.

“Nessuno, Maestro, rispose la donna.

“Neppure io ti condanno, va e non peccare più”, concluse Lui.

La donna, senza nome, adesso ne aveva uno: nuova vita.

Sì, quell’Uomo le aveva trasformato l’esistenza.

 Lei, ora, sia agli occhi degli altri che ai suoi, non era più la peccatrice, la “pazza” della città.

Era una donna nuova con un futuro modificato e un passato cancellato dal perdono, autorevole, del Maestro.

Certo, le ferite interiori, in quella donna saranno rimaste ma appartenevano al suo trascorso. Ora era un essere umano restaurato, che si proiettava verso un nuovo futuro con una sola responsabilità, custodire quel perdono.

Non doveva peccare più!

La vediamo andar via da quel posto, con il capo chino, con una lacrima che le scendeva lungo il viso, ma mosso qualche passo, il suo capo incominciava ad alzarsi.

I suoi occhi non erano più rivolti in terra, ma al Cielo.

Il suo pensiero non era più rivolto alle cose terrene ma a quelle celestiali.

Chi, si chiedeva lei, poteva operare tale miracolo se non quell’Uomo?

No, non poteva essere uno qualsiasi, quello.

Doveva essere qualcuno di speciale, non il maestro verso cui alcuni erano increduli, ma il Maestro che dalla polvere ti portava alle stelle.

E verso quelle stelle, lei ora mirava.

Aveva un nome, una reputazione oramai ristabilita e che nessuno poteva infangare ma aveva anche un compito, onorare quell’Uomo.

Lui che la guardava mentre andava via, con quell’amore paterno. Lui che pensava che il percorso di quella donna fosse sì rinnovato ma rimaneva sempre insidioso.

Poteva ricadere, infatti, nella tentazione, lei.  Ma l’intenzione di quell’uomo era chiara nel suo cuore.

Un cuore che parlava, a quello di quella donna, e che le diceva, va, ma ricordati che io non ti abbandonerò mai.

E quando lei sentì, nel suo intimo quella voce, voltò un po’ il suo sguardo, con un mezzo sorriso, verso il Maestro. Il quale, a sua volta, rispose con un’espressione rassicurante.

Si erano capiti.

 Una donna rinnovata e con una certezza, era adesso lei,: il Maestro non solo l’aveva perdonata ma non l’avrebbe mai abbandonata in vita sua.

Romano Scaramuzzino

  • si ringrazia per i riferimenti biblici, il fratello in Cristo, Mimmo Balestrieri.

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