Tuesday, December 7, 2021
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Eugenio Montale: il primo poeta novecentesco

Tutt’ora rappresenta una delle voci più alte della poesia, non solo italiana ma anche europea del “900” e la sua produzione poetica ha segnato profondamente la cultura italiana per più di mezzo secolo.


di Giovanna Curone per il Quotidiano l’Italiano

Di lui ha scritto Giorgio Zampa: “La presenza di Montale non è venuta mai meno”.

Liguria, terra di rivoluzionari, musicisti e poeti, “La Terra di Mezzo”, quella che per Italo Calvino era e rimane il territorio che si estende tra Sanremo e la Francia.

Proprio in Liguria, precisamente a Genova, nacque il 12 ottobre 1896 Eugenio Montale.

Tutt’ora, Montale rappresenta una delle voci più alte della poesia, non solo italiana ma anche europea del “900” e la sua produzione poetica ha segnato profondamente la cultura italiana per più di mezzo secolo. La sua passione per la scrittura lo condusse già da giovane ad intraprendere il percorso letterario che lo avrebbe nel 1987 premiato con il Nobel per la poesia. Benchè Montale non volesse mai porsi come maestro o capofila di un movimento letterario, grande fu l’influenza della sua opera su almeno due generazioni di poeti: non solo quella dei poeti degli anni “30” ma anche quello dei poeti degli anni “50”. Lo stile e il pensiero di Montale sono penetrati talmente nel nostro linguaggio poetico da considerarsi come un fatto di cultura. In questo Montale è un “classico” come Leopardi o Pascoli.

Esaminando le varie raccolte poetiche si può notare che numerosi sono gli elementi – cardine della sua poesia.

In Montale vi è un’aderenza alla realtà, o all’oggetto, che viene colto nelle sue caratteristiche fisiche ma poi trasfigurato in simbolo.

E’ presente, quasi ossessiva, la ricerca di una verità sfuggente che riesce a fissare sulla carta in brevi e miracolosi attimi.

Nella sua costante ricerca del perfezionismo, il poeta continua ad interrogarsi sulla funzione della poesia fuggendo da banali semplificazioni. Tutto ciò lo porterà negli anni ad un cupo pessimismo alimentato dalla tragedia del vivere e dal rifiuto di ongi vera consolazione.

Solitudine, dunque, cupa angoscia e la sfiducia che lasciano nell’uomo profonde cicatrici. Però la tristezza di questa condizione esistenziale non genera ribellioni ma una rassegnata disperazione che solo alla fine sembra diradarsi.

Sia che il sentimento volga al cupo pessimismo (Ossi di Seppia), o arrivi ad un ricordo autobiografico (Le Occasioni e La Bufera) sempre identica resta la tecnica di espressione. Il poeta affida i suoi pensieri a un linguaggio preciso, quasi discorsivo eppure ricco di simboli e d’interni collegamenti spirituali. In questo Montale dimostra di aver capito la lezione dei simbolisti, di Pascoli, di Leopardi. Lui illumina con un lampo la zona oscura della coscienza e disperde in un gioco di luci un paesaggio fisico che allarga all’infinito lo spirito.

Questa caratteristica è la dimensione cosmica (= totale) della sua arte.

Giovanna Curone

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