Monday, September 26, 2022
Quotidiano Nazionale Indipendente


San Vitaliano (nel quadro di Alfì) ritorna sui colli fatali di Catanzaro

Vitaliano Alfì ha composto il dipinto nel 1746, quando molto probabilmente era prossimo a raggiungere i suoi trenta anni di età; la tela ritrae San Vitaliano, patrono di Catanzaro, nell’atto di affidare la città alla protezione della Immacolata Concezione. Il santo è ritratto al lato sinistro della composizione pittorica in posizione genuflessa, ai suoi piedi ha adagiato i simboli della dignità vescovile, il libro delle Sacre scritture e il pastorale; le sue mani sono protese in avanti, coi palmi rivolti verso l’alto nell’atto di indicare un suggestivo scorcio della Catanzaro dell’epoca, riconoscibile dalla disposizione degli edifici e delle chiese e dalla presenza di una cinta muraria nella quale si apre la porta urbica di Pratica. Con quel gesto, san Vitaliano invoca sulla città la protezione della Madonna Immacolata, che si staglia imponente a dominare la scena.


dalla Redazione Catanzarese del Quotidiano l’Italiano

Diciamolo subito, risulta assai difficile contenere in poche righe la complessa vicenda che ci accingiamo ad esporre. Gli argomenti, le sfaccettature, i personaggi e i colpi di scena sono talmente tanti che sicuramente occorrerebbero le pagine di un corposo saggio per raccontarli come meriterebbero.

Il nostro scopo, però, non è questo. Noi su queste pagine cercheremo di trasmettere al benevolo lettore la grande commozione che ha colpito i fedeli e la soddisfazione dei catanzaresi per il ritorno fra le mura cittadine di un’opera d’arte dall’elevato contenuto simbolico, dipinta e offerta da un catanzarese ai cittadini catanzaresi, che oscure vicende avevano sottratto alla loro ammirazione e devozione.

Procediamo con ordine e facciamo un salto indietro nella storia.

I frati francescani Minori Cappuccini, perché è attorno a quest’Ordine che si sviluppano gli avvenimenti che affronteremo, giungono a Catanzaro nel 1534 e si stabiliscono in un Convento dei Padri Conventuali. Dopo qualche decennio, attorno al 1600, si trasferiscono in un Convento sul Monte Pezzano, l’attuale Caserma Pepe, edificato con l’obolo dei cittadini catanzaresi. Qui, salvo una parentesi di appena quattro anni dovuta alla sospensione  del Convento da parte della Cassa Sacra tra il 1784 e il 1788, rimangono fino alla soppressione del 1871 disposta dalle leggi sabaude, dopo che erano riusciti a scampare ai decreti di soppressione napoleonica del 1809.

Privati del Convento sul Monte Pezzano, i Padri Cappuccini furono ospitati caritatevolmente nel Palazzo vescovile fino al 1892, anno in cui il vescovo benedettino mons. De Riso, di nobile casato catanzarese, con propria bolla gli concesse di abitare nei locali annessi all’Oratorio del Monte dei Morti e della Misericordia.

E qui sono rimasti ininterrottamente fino al 2020.

La fine della permanenza in città dei Monaci Cappuccini è, quindi, storia recente ed è conseguenza delle decisioni prese in ben due Capitoli provinciali, durante i quali i frati decidono di abbandonare il convento e la chiesa di Catanzaro; e a nulla valgono le pressioni, quasi le suppliche, della città e del vescovo che invocano un ripensamento. I Cappuccini, irremovibili nella loro assurda e incomprensibile risoluzione, nel mese di settembre 2020 lasciano definitivamente il suolo catanzarese, dopo quattrocentottantasei anni; e lo fanno con un ultimo gesto di sgarbo nei confronti della città e del suo arcivescovo che, nella Chiesa del Monte, sarà costretto a celebrare la messa di commiato dell’Ordine senza il concelebrante Padre provinciale, improvvisamente dichiaratosi impossibilitato a presenziare per sopravvenuti impegni.

L’uscita dell’Ordine, però, non provoca sentimenti di sconcerto e sconforto soltanto tra i fedeli. Anche il variegato mondo della cultura catanzarese manifesta preoccupazione per questa fuga. E sì, perché, a prescindere dal loro rapporto con la religione, i cultori di storia locale, i letterati, gli studiosi, i bibliofili, gli artisti, uno storico gruppo di collezionisti, nonché un cospicuo numero di associazioni e tutti quei cittadini cui stanno a cuore la tutela e la conservazione del patrimonio storico-culturale della città, temono che anche i beni custoditi nel convento e nella chiesa possano seguire i monaci nel loro viaggio senza ritorno.

A dire il vero, un grido di allarme si era già levato da un bel po’ di tempo. Per raccontarlo, anche in questo caso dobbiamo riavvolgere il nastro della memoria.

Siamo nel 2018. A quell’epoca, nello scenario delle associazioni culturali catanzaresi, si muoveva con autorità il “Cenacolo dei Dieci”, sodalizio retto e diretto dall’indimenticato presidente prof. Cesare Mulè – scomparso nel gennaio 2021 – uomo di cultura, letterato, appassionato storico della città di Catanzaro e della Calabria, nonché inesauribile e disinteressato dispensatore di suggerimenti, dritte, preziosi riferimenti a testi ed opere da consultare e citare, ogni volta che c’era da affrontare una iniziativa editoriale.

Le riunioni del Cenacolo si tenevano per lo più nella sala studio del convento dei Cappuccini del Monte. Fu durante uno di questi incontri, esattamente quello del 20 marzo 2018, al quale erano stati invitati il Ministro Provinciale dei Cappuccini padre Pietro Ammendola e l’assessore comunale avv. Danilo Russo, che gli associati, in primis il presidente Cesare Mulè, seguito da Silvestro Bressi, Antonio Jannicelli e Francesca Rizzari Gregorace, affrontarono apertamente l’argomento della ventilata e paventata soppressione del convento della Chiesa del Monte di Catanzaro ed espressero la volontà di far tornare a Catanzaro un dipinto raffigurante san Vitaliano”, protettore di Catanzaro, trasferito in via provvisoria dalla chiesa del Monte di Catanzaro al convento dell’Eremo di Reggio Calabria e mai più tornato a Catanzaro.

Il Ministro dei Cappuccini fu rassicurante, dichiarò che il Capitolo provinciale non aveva deciso l’abbandono del convento e che non si poneva il problema della sua chiusura in quanto , tra l’altro, era affidato alle cure di un padre Guardiano da lui designato. Lo stesso tono conciliante usò per la restituzione della tela, ponendo solamente le condizioni che fosse collocata ove si trovava originariamente e che l’Ordine fosse esentato da qualsiasi spesa.

Quale epilogo abbia avuto la triste vicenda della soppressione del convento cappuccino l’abbiamo già precedentemente riferito; qui forse è utile ricordare che, dopo quella riunione, il Cenacolo dei Dieci, con l’ingresso di Tonino Barbato, Mario Saccà, Franco Scerbo e Aldo Ventrici, diede vita al Comitato Spontaneo Permanente pro Chiesa del Monte di Catanzaro il quale, se pure non è riuscito ad impedire l’abbandono dei frati, ha certamente fatto da sprone alla classe dirigente catanzarese e alle gerarchie della curia arcivescovile di Catanzaro per proteggere i beni patrimoniali. L’attività di sensibilizzazione del Comitato è stata incessante ed è consistita nell’invio di informative alle istituzioni e agli enti che sarebbero potuti intervenire in favore della città, nella diffusione di comunicati stampa, nell’aver favorito l’approvazione di un atto di indirizzo del Comune di Catanzaro affinché perorasse la causa della permanenza dei padri cappuccini. In quei giorni il Comitato rintracciò, tradusse dal latino e mise a disposizione della curia catanzarese l’originaria bolla del 30 aprile 1892 del vescovo Bernardo Maria De Riso, con la quale il presule, in accordo con gli allora Ministri dell’Ordine Cappuccino, aveva stabilito che, in caso di recesso dei frati nella conduzione del convento, ogni bene patrimoniale immobile e mobile sarebbe dovuto ritornare nella proprietà della Curia.

E il quadro di san Vitaliano?

La tela, come è noto, proprio in questi giorni è ritornata a Catanzaro – da dove mai avrebbe dovuto allontanarsi – grazie al lavorìo dell’assessore comunale Danilo Russo e del dirigente Gregorio de Vinci della Provincia di Catanzaro che ha assicurato l’intervento del Museo Marca nell’operazione di restauro e valorizzazione della tela. Non sappiamo chi abbia più meriti nella felice conclusione di questa vicenda; certo è che tutto ha preso le mosse da quel lontano incontro del 2018 – ricordate? – tra il Cenacolo dei Dieci con padre Amendola e con l’assessore Russo, ed altrettanto certo è che ognuno ha saputo interpretare nel tempo la propria parte, sicuramente il Comitato pro Monte che non si è mai arreso.

Il “Patrocinio di San Vitaliano” – è questo il titolo dell’opera – è un’opera molto ispirata del pittore Vitaliano Alfì, nato a Catanzaro attorno al 1718 ed appartenente ad una cospicua famiglia catanzarese con illustri rappresentanti anteriori e posteriori alla sua nascita. Il Maestro

Il quadro dipinto da Alfì

catanzarese è stato molto attivo nel settecento calabrese e, tra opere firmate e datate – come questa del Patrocinio di San Vitaliano sulla quale compare la dicitura Alfì f. 1746 – ed altre che gli sono state attribuite, ci lascia un catalogo di diciotto pregevoli dipinti ammirabili nelle chiese di Crotone, Cropani, Isola Capo Rizzuto, Mesoraca, Magisano e Catanzaro, nella chiesa di S. Caterina in Gagliano dove è presente il dipinto intitolato “Redentore infante tra i Santi Pietro e Paolo”.

Vitaliano Alfì ha composto il dipinto nel 1746, quando molto probabilmente era prossimo a raggiungere i suoi trenta anni di età; la tela ritrae San Vitaliano, patrono di Catanzaro, nell’atto di affidare la città alla protezione della Immacolata Concezione. Il santo è ritratto al lato sinistro della composizione pittorica in posizione genuflessa, ai suoi piedi ha adagiato i simboli della dignità vescovile, il libro delle Sacre scritture e il pastorale; le sue mani sono protese in avanti, coi palmi rivolti verso l’alto nell’atto di indicare un suggestivo scorcio della Catanzaro dell’epoca, riconoscibile dalla disposizione degli edifici e delle chiese e dalla presenza di una cinta muraria nella quale si apre la porta urbica di Pratica. Con quel gesto, san Vitaliano invoca sulla città la protezione della Madonna Immacolata, che si staglia imponente a dominare la scena.

Nell’ammirare l’opera, non si può non considerare come in essa siano forti e univoci i richiami alla nostra città. Non solo la fedele rappresentazione dell’abitato, di cui abbiamo detto, ma soprattutto il santo patrono san Vitaliano che è mirabilmente vestito in abito pontificale impreziosito dalla frusciante e sfavillante seta catanzarese, tessuta in oro, con la quale sono realizzati il piviale, la stola e la mitra. Le già preziose vesti di san Vitaliano, opera dei tessitori catanzaresi, sono mirabilmente ornate dalle pietre preziose incastonate nel copricapo liturgico, nel formale e nella croce pettorale.

Imballo del quadro
Ingresso del quadro al Marca

Questa tela di Alfì è un libro sulla storia di Catanzaro, sul suo impianto di città fortificata, sul suo glorioso passato di città guida della Calabria, sulla sua famosa arte della seta, sulla prosperità dei suoi cittadini e delle corporazioni delle arti e mestieri.

C’è tanta Catanzaro, ed è davvero assurdo che possa stare altrove.

Comitato spontaneo permanente pro Monte dei Morti e della Misericordia

Comments


Lascia un commento