Tuesday, September 27, 2022
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Caso Pittelli: il Comitato invia una lettera aperta al Ministro Cartabia

Illustre Ministro, quello di presunzione di innocenza è un valore di civiltà che andrebbe instillato sin dall’educazione scolastica. Senza una meditazione costante su di esso e senza una sua continua riaffermazione, non solo l’amministrazione della giustizia ma la vita sociale stessa si corrompe.


dalla Redazione Romana del Quotidiano l’Italiano

ROMA – Alcuni Tra gli amici più cari di Giancarlo Pittelli hanno preso l’iniziativa di indirizzare una lettera aperta al Ministro della Giustizia, Marta Cartabia e inviare per conoscenza al PG della Cassazione e al Vicepresidente del CSM.

Nella lettera Si chiede al Ministro di prestare la Sua attenzione alla conduzione del “caso Pittelli”, e ad alcune preoccupanti circostanze che in esso si sono verificate, che vanificano il principio di presunzione di innocenza.

I firmatari chiedono al Guardasigilli di considerare la vicenda oggi e non “quando ogni sforzo sarà reso inutile da un drammatico fatto compiuto”.

Per i lettori che magari non conoscono bene i contorni della vicenda riassumiamo un breve CHI E’? Giancarlo Pittelli.

Giancarlo Pittelli è un AVVOCATO PENALISTA, DIFENSORE di alcuni accusati di mafia, professione (fino a prova contraria) legale. Che è incensurato. Che è stato intercettato per 5 anni e che, alla fine, dopo questo setacciamento, le accuse mosse dalla Procura contro di lui sono:

  1. avere dato del voi ad un suo cliente invece del Lei;
  2. avere incontrato più volte da avvocato un proprio cliente (ma a me risulta che rientri fra i compiti di un avvocato visitare il proprio cliente, anche se irreperibile);
  3. Essersi occupato di un bambino di due mesi affetto da leucemia, nipote di un accusato di gravi reati, suo cliente;
  4. Avere offerto aiuto alla figlia di un altro suo cliente per un esame universitario ed averla presentata ad un collega avvocato di Messina;
  5. Avere indicato ad un suo cliente un’enoteca presso la quale reperire un particolare tipo di spumante;
  6. Avere appoggiato un polso sulla spalla di un cliente all’uscita da un ristorante di Roma attendendo un taxi (avevano cenato assieme ad altro legale la sera prima di un processo in Cassazione);
  7. Avere chiesto, sempre a un proprio cliente, prima di assumere un incarico professionale per la vendita di un villaggio turistico di Nicotera Marina, se ci fosse qualcuno del luogo interessato. Ciò al fine di evitare, in una zona altamente mafiosa, di pestare i piedi a qualcuno e mettere a repentaglio la propria incolumità;
  8. L’avere raccomandato un tale per un posto alla Regione Calabria (ma la difesa contesta che la raccomandazione non è mai avvenuta ed è stato accertato che era stato raccomandato da altri e non da Giancarlo);
  9. L’essersi interessato, per il figlio di un gregario, per un’operazione alla gamba in ospedale.
  10. La più grave delle accuse, l’unica che POTREBBE configurare, secondo la Cassazione, il reato di “concorso esterno”: l’aver trasmesso a suoi clienti informazioni riservate sulle testimonianze rese da un pentito. PECCATO CHE QUESTA ACCUSA SI SIA DIMOSTRATA, CON PROVE DOCUMENTALI, INFONDATA, GRAZIE ALLA MEMORIA PRESENTATA AI PRIMI DI APRILE DAGLI AVVOCATI CONTESTABILE E STAIANO.
    [19:41, 28/4/2022] Seta Enrico: per queste accuse è privato da 28 mesi della libertà personale
L’avv. Giancarlo Pittelli

Ed ecco il testo della Lettera Aperta indirizzata a:

Al Ministro della Giustizia

Prof.ssa Marta Cartabia,

e p. c.         

– al Procuratore Generale della Corte di Cassazione dott. Giovanni Salvi

–     al  Vice  Presidente  del  Consiglio  Superiore  della Magistratura

avv. Davide Ermini

siamo comuni cittadini, amici dell’Avvocato Giancarlo Pittelli che, come Lei sa, è legittimamente oggetto – da oltre due anni – di due distinte inchieste penali.

Abbiamo pubblicamente manifestato nello scorso mese di gennaio i nostri sentimenti di affetto e di stima verso questo professionista e uomo pubblico, allo scopo di rispondere al linciaggio mediatico prima che alcun processo sia concluso e alcuna sentenza sia stata emessa, secondo un costume barbaro che ormai si è tristemente radicato nel nostro Paese. Abbiamo raccolto in pochi giorni oltre

2.500 firme che testimoniano che almeno una fetta di opinione pubblica conserva la volontà di appartenere a una comunità retta dal diritto e dai valori costituzionali.

Ma i nostri sforzi purtroppo non bastano a scongiurare un altro rischio: che – dietro lo schermo della legalità – si consumi un’opera di annientamento morale e fisico di una persona, probabilmente innocente e comunque tale – ad oggi – secondo un principio aureo che occorrerebbe sempre ribadire, se non altro per evitare che di esso i cittadini italiani finiscano per perdere la memoria.

Illustre Ministro, quello di presunzione di innocenza è un valore di civiltà che andrebbe instillato sin dall’educazione scolastica. Senza una meditazione costante su di esso e senza una sua continua riaffermazione, non solo l’amministrazione della giustizia ma la vita sociale stessa si corrompe.

Invece, nel “caso Pittelli” una serie di episodi si connettono fra di loro attraverso un filo comune che – temiamo – sia proprio la relativizzazione, lo svuotamento, l’obliterazione di questo principio.

Il giorno successivo al clamoroso arresto di Giancarlo Pittelli (19 dicembre 2019, inchiesta Rinascita Scott), un magistrato della Repubblica, il titolare stesso delle indagini, definiva in una conferenza stampa l’accusato, un cittadino incensurato e molto noto – senza neanche ricorrere a una formula ipotetica – “anello di congiunzione fra mafia e massoneria”, drammatizzando oltre ogni misura un’inchiesta appena ai suoi esordi. Temiamo che questo comportamento originario abbia dato il “la” ad una catena eccezionale di eventi, di cui citiamo – in questo scritto necessariamente breve – solo i termini più generali. E temiamo, ipotesi ancora più inquietante, che tale drammatizzazione originaria finisca ancora oggi per condizionare i comportamenti e le scelte di tanti soggetti chiamati a intervenire nel processo.

Dal dicembre 2019 ad oggi Giancarlo Pittelli non ha più riacquistato la libertà, in un alternarsi incredibile tra arresti domiciliari e detenzione, in ben tre supercarceri. Da ultimo, la Procura ha proposto appello contro un’attenuazione della misura cautelare che era stata deliberata lo scorso 9 febbraio, quando Giancarlo Pittelli nel Supercarcere di Melfi era giunto allo stremo delle forze per un disperato sciopero della fame. Nei motivi di appello sono stati allegati (fra le altre cose) due atti di sindacato ispettivo, nonché articoli di un quotidiano (il Riformista) e alcuni post su Facebook di un parlamentare della Repubblica (On. Vittorio Sgarbi).

Siamo convinti che il succedersi e la natura di questi atti abbiano ingenerato allarme e confusione in una opinione pubblica sempre più perplessa, indotta a confondere concetti fra loro ben distinti e separati quali il sacrosanto diritto di ciascuno di difendere le proprie ragioni, in ogni sede, l’esercizio

– da parte di parlamentari e giornalisti – dei propri diritti/doveri e una fantomatica “volontà di influire sul processo”, mai suffragata dall’ombra di un indizio.

Di questa grave e pericolosa confusione – lesiva al tempo stesso di principi di civiltà giuridica, di libertà e di sovranità popolare – esiste, purtroppo, più di una traccia in numerosi atti giudiziari di questo processo ormai esemplare.

Ma questi richiami sommari servono solo da premessa all’oggetto principale di questa lettera: la segnalazione di due recenti episodi, meritevoli – a nostro parere – di una Sua considerazione.

Il primo attiene alla fissazione dell’udienza per l’appello proposto dalla Procura contro l’ordinanza di attenuazione della misura cautelare. Come denunciato dalla Camera Penale di Catanzaro, tale ricorso ha ottenuto una incredibile “corsia preferenziale”: “il decreto di fissazione dell’udienza risulta emesso eccezionalmente nei 10 (dieci) giorni dal deposito dell’appello e la relativa trattazione fissata insolitamente nei 20 (venti) giorni successivi”, laddove gli appelli cautelari presentati dai difensori risultano – in quel Distretto giudiziario – mediamente pendenti per sei mesi. Questa allarmante segnalazione – contenuta in una lettera formalmente inviata il 24 febbraio, a nome di tutti i penalisti del distretto di Catanzaro, al Presidente del Riesame, dott. Filippo Aragona e p.c. al Presidente del tribunale, dott. Rodolfo Palermo – si concludeva con una richiesta di “cortese, quanto necessario riscontro”. Riscontro che non risulta essere mai pervenuto. Per completezza di informazione, l’appello è stato prontamente accolto.

Il secondo episodio che vorremmo segnalarLe, Signor Ministro, è relativo non alla vicenda cautelare principale ma ad una istanza di scarcerazione, pertanto un procedimento incidentale, proposta dalla difesa dell’avvocato Giancarlo Pittelli dinanzi al Tribunale di Vibo in data 10 aprile 2022.

Ovviamente, non entriamo nel merito – né Le chiediamo di entrare nel merito – di tale istanza e delle sue motivazioni, la quale istanza, come previsto da alcuni, è stata puntualmente e prontamente rigettata. Segnaliamo invece il nostro fortissimo disagio – non come amici ma, prima ancora, come semplici cittadini – convinti ancora di vivere in uno stato “di diritto” , nel constatare che con due secche pagine il tribunale di Vibo ha respinto, in data 14 aprile 2022, una istanza di scarcerazione – della quale una significativa parte, corredata di appositi allegati, riguardava le condizioni di salute dell’imputato – senza che una sola parola venisse dedicata dall’estensore dell’ordinanza a tale punto e cioè alla idoneità o meno della custodia cautelare ai fini dei trattamenti sanitari ritenuti necessari dai medici firmatari delle perizie.

Non sappiamo se tale omissione sia dovuta a semplice negligenza o – peggio – alla implicita convinzione che non sia meritevole di alcuna considerazione lo stato di salute di un uomo sulla soglia dei settant’anni, incensurato, privato da oltre due anni e quatto mesi della libertà e sottoposto ad una vicenda processuale giocata, sin dalle sue prime battute, in termini parossistici e di mobilitazione mediatica.

Ci domandiamo con preoccupazione, se la compressione dei diritti di un cittadino sottoposto a procedimento penale e ristretto, possa arrivare fino al punto che un Tribunale della Repubblica possa non citare neanche – sia pure per respingerla – una sua richiesta di considerazione dello stato di salute, suffragata da perizie.

Ci domandiamo, con sgomento, se la obliterazione del principio di presunzione di innocenza e dello stesso habeas corpus possano arrivare a tali eccessi e se, anche nel “caso Pittelli”, i cittadini dovranno attendere una sentenza di assoluzione, come ormai troppo spesso accade, per conoscere la reale consistenza di accuse che – nel frattempo – avranno annientato psicologicamente, moralmente, fisicamente, economicamente, un uomo e definitivamente distrutto il tessuto di relazioni nel quale egli è vissuto.

Ci domandiamo e Le domandiamo se non vi sia un modo, rigoroso ma non parossistico, di condurre l’azione giudiziaria, se non ci sia un modo per evitare che la parola alta e forte della Giustizia giunga solo a corollario beffardo di un tale panorama di macerie.

Le domandiamo se il “caso Pittelli” non sia meritevole della Sua attenzione, oggi e non quando ogni sforzo sarà reso inutile da un drammatico fatto compiuto.

Enrico Seta

Francesco Peltrone

Massimo Sabatino

Nicola Mazzuca

Anna Sgromo

Ercole Incalza

Giulio Marini Agostini

Marisa Lombardi Comite

Massimo Vinci

Giuditta Sgromo

Paolo Suriano

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