Wednesday, June 19, 2024
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Giovanni Paolo Bernini e il Colpo al Sistema del PD in “Aemilia” e Romagna: oggi l’annuncio di depositare formalmente le prove di quello che lui chiama un “crimine giudiziario”

Da anni oggetto di tortura giudiziaria. l’ex presidente del consiglio parmense ora è prontissimo ad attaccare il sistema che lo ha ingiustamente coinvolto senza che esistessero prove concrete. …L’uomo politico e’ pronto nero su bianco a svelare il sistema che ha impedito di indagare sul PD nella regione Emilia Romagna da sempre e’ al potere nonostante schiaccianti indizi.

By L'Italiano , in Cronaca Italiana Editoriali In Evidenza Politica Italiana , at 5 Marzo 2023 Tag: , , ,

di Riccardo Colao – (direttore del Quotidiano l’Italiano)

ROMA -. Giovanni Paolo Bernini annuncia la sua intenzione di voler depositare formalmente le prove di quello che lui stesso definisce un “crimine giudiziario”,

Giovanni Paolo Bernini, ex presidente del Consiglio comunale di Parma fu coinvolto sette anni addietro nell’indagine denominata “Aemilia”, (per chi non lo ricordasse: la maxi inchiesta sulle infiltrazione della ‘ndrangheta al Nord). Fu ingiustamente e proditoriamente accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. Nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 2015 scattò l’operazione nel corso della quale 240 persone finirono in galera con l’impiego di 200 militari dislocati fra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Un’operazione dalla portata storica che porterà – tanto per usare un termine caro a taluni pm – al più “grande maxi-processo per mafia al nord”. Perché ormai vige la regola (non scritta) che i processi (come avviene in tutte le classifiche degne di rispetto) si debba catalogarli a seconda del numero dei coinvolti…più il numero è considerevole, più si trova ospitalità e sui giornali dove gli amici dei pm (giornalisti quelli che…il proprio impegno professionale lo dedicano alla semplice trascrizione delle veline sulle colonne dei quotidiani da cui percepiscono lo stipendio). Di contro quando i processi corrono come fiumi verso il mare dei flop perdendo interesse mediatico sfociando nelle sentenze assolutorie nessuno stila le classifiche delle “maxi inchieste bluff” svanite nella più totale sommatoria di errori giudiziari.

Il consigliere e presidente del consiglio comunale Giovanni Paolo Bernini, dopo un calvario durato anni è stato infine assolto sia in primo che in secondo grado.

Secondo le teorie dei pubblici ministeri (avevan, addirittura, riscontrato l’esigenza della “custodia cautelare), suffragate dai soliti pentiti parlanti come nel Teatro dei Pupi dove il Puparo li muove e li fa recitare secondo il copione prestabilito, si sarebbe distinto per aver erogato un “bonus” di 50.000 euro al boss Romolo Villirillo di nascita cutrese, lo stesso paese dove qualche giorno fa si è assistito alla tragica moria dei migranti.

Fu lo stesso “uomo d’onore” a smentire le teorie dei pm; evidentemente mentre il “mascariamento” delle accuse macchia indelebilmente chiunque, (i casi Tortora, Andreotti, Mannino…e ci fermiamo qui per brevità) lo stesso non avviene quando il malcapitato di turno risulta estraneo alle accuse che gli sono piovute addosso…

Il politico Giovanni Paolo Bernini è stato ingiustamente coinvolto in un processo penale con accuse del tutto ingiustificate e non provate

E allora ci pare giusto che Giovanni Paolo Bernini, l’uomo e il politico, trovi la forza, il coraggio, la determinazione di ricorrere ad ogni forma di difesa e persino di attacco…

Dopo le assoluzioni qualcuno al comune di Parma pensò “male” di tirarlo ancora in ballo favorendo una richiesta risarcitoria pari a centomila euro. Per il procuratore Carlo Alberto Manfredi Selvaggi il “caso” Bernini, fra i centinaia di procedimenti pendenti, era uno dei più meritevoli di attenzione da parte del grande pubblico. Poi la Corte dei Conti sentenziò che la richiesta della procura meritava la nullità dell’azione risarcitoria. Per i giudici la mancanza di una sentenza di condanna non poteva comportare quella maxi richiesta danni di 100mila euro.

Ecco che Giovanni Paolo Bernini dichiara «Da anni sono oggetto di tortura giudiziaria. La richiesta di risarcimento della Procura era completamente assurda«Sto valutando di denunciare per diffamazione i vertici politici dell’amministrazione di Parma: in questa vicenda hanno fornito una ricostruzione dei fatti non corrispondente alla verità giudiziaria».

Il 6 marzo Bernini presenterà al pubblico una ricostruzione di questa vicenda. COLPO AL SISTEMA del PD in Emilia Romagna. A tal proposito ci ricorda come amava ribadire Paolo Borsellino che MAFIA E POLITICA sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio. O si fanno la guerra o si mettono d’accordo.”.

Lui non si è mai messo d’accordo con la criminalità, sia che si chiami mafia e tantomeno che si denoti come ‘ndrangheta. Lui ha diritto a difendersi – dopo averlo vittoriosamente fatto in Tribunale – anche nelle pubbliche piazze, televisive, radiofoniche o telematiche. E noi del Quotidiano l’Italiano, garantisti da sempre, ancor di più quando le sentenze manifestamente attestano l’innocenza, gli siamo vicini e disposti a combattere, accanto a lui, il malcostume che permea la cultura di sinistra sempre pronta a combattere gli avversari a colpi di inchieste giudiziarie.

Ora…il politico e’ pronto – nero su bianco – a svelare il sistema che ha impedito di indagare sul PD nella regione Emilia Romagna che da sempre e’ al potere nonostante schiaccianti indizi…

E allora cerchiamo di ipotizzare, di comprendere che cosa bolle in pentola e che genere di “carte” tirerà fuori Bernini dal suo lavoro compiuto con la passione dell’uomo che cerca di fare emergere la verità, nient’altro che la verità. Un passo indietro è indispensabile.

Quando la Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura accertò, senza alcun dubbio, che il capo della procura reggiana (Mescolini, tanto per non fare nomi) aveva mentito giurando (sulla testa della sua prole) ai suoi più stretti collaboratori di non conoscere Luca Palamara (l’allora presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e ras della corrente Unicost e delle nomine dirigenziali dei togati), chiese ai pm, titolari del fascicolo sui bandi del Comune, di evitare di iscrivere sul mitico “registro degli indagati” il sindaco (PD) reggiano, Luca Vecchi, e decise il rinvio delle perquisizioni al Comune emiliano a scopo di evitare di “influenzare” le elezioni amministrative del giugno 2019. Mescolini, inoltre, è anche il personaggio della procura che intervenendo sul “caso Bibbiano”, e sulla scabrosa questione optò per la non opportunità di chiudere l’inchiesta quando si era a poche settimane dalle Consultazioni Regionali del gennaio 2020. Stranamente le indagini e gli indagati ad essi collegati avevano un minimo comune denominatore: lor signori custodivano nella saccoccia la tessera del Partito Democratico, quello fondato da Veltroni con “l’amichevole partecipazione di Romano Prodi” e altri fuoriusciti dall’ex PCI-DPS-Ulivo-Margherita e compagnia bella.

La “ricerca” di Paolo Giovanni Bernini pare basarsi sulle risultanze delle investigazioni del p.m. Roberto Pennisi (Procura Nazionale Antimafia) inviato dal giudice Pietro Grasso, all’epoca procuratore capo a supporto della DDA di Bologna, sino a quando Mescolini non lo mise nelle condizione di abbandonare Reggio Emila. Anche Pennisi sembrerebbe che abbia qualche sassolino da levare dai suoi mocassini….

Non uno ma ben quattro “femmine” pm (Maria Rita Pantani, Isabella Chiesi, Valentina Salvi e Giulia Stignani) – al CSM – parlarono e provarono come il comportamento del loro capo avesse prodotto diversi fattori d’imbarazzo; quali e quanti fossero sorti nel corso delle sue procedure. Al di là dello sconcerto per la rivelazioni delle chat tra Mescolini e Luca Palamara (“faccia di tonno” come appellato dal presidente della Repubblica Cossiga) da cui si percepiva l’essenza del mentire e delle pressioni per acquisire la poltrona della procura reggiana il fattore principale che determinò la gestione “apparentemente parziale” dell’Ufficio da parte di Mescolini e le decisioni su da lui assunte, furono proprio i tentativi di salvaguardare e porre sotto “osservazione speciale” alcune inchieste che coinvolgevano il Pd e gli uomini sotto la quale sigla agivano.
Il Csm, giunse alle conclusioni che il procuratore di Reggio Emilia, non potesse e non dovesse più svolgere “alcuna funzione giudiziaria nel distretto dell’Emilia Romagna”. Così il Plenum: “Il complesso degli elementi acquisiti consente di affermare che il dottor Mescolini non può esercitare, in piena indipendenza ed imparzialità, le funzioni giudiziarie requirenti, specie quelle direttive, nella sede di Reggio Emilia”.

Mescolini è stato colui che ha accusato, iscritto nei registri degli indagati e perseguito esercitando i suoi poteri di magistrato, Paolo Giovanni Bernini che invece militava, ed è tutt’oggi presente, nelle fila del centrodestra.

La contro-indagine di Bernini, che agirà su livelli multimediali, il politico irrimediabilmente danneggiato sotto il profilo della carriera, è arrivata sul punto di esplodere con tanto di indizi probanti. Bernini che si è battuto come un leone per dimostrare la sua a innocenza ora va all’attacco per porre in evidenza il marciume e le ragioni per le quali i cittadini italiani posso e debbono temere la gestione della Giustizia se affidata nelle mani e nelle more e dei magistrati politicizzati e di parte!

Riccardo Colao

L’ex capo della procura di Reggio Emilia, attualmente – dopo il trasferimento deciso dal CSM per incompatibilità ambientale al lavoro a Firenze

         


Nelle immagini alcune delle frasi scambiate tra l’ex Procuratore Capo di Reggio Emilia di Reggio Emilia (poi trasferito dal CSM a Firenze) e l’ex presidente dell’ANM Luca Palamara nel corso della trasmissione Quarta Repubblica condotta dal collega Porro. si intuisce quanto e per quali ragioni certe inchieste ebbero
testatina

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