Thursday, May 30, 2024
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Il filosofo Giovanni Gentile verrà ricordato a Reggio Calabria nell’80° Anniversario della morte

A presiedere l’evento l’on. Natino Aloi, massimo esponente per l’Istituto degli Studi Gentiliani per la Calabriae Lucania. Oltre all’ex viceministro per la Pubblica Istruzione, quale relatore, parteciperanno il prof. Pier Franco Bruni (direttore Ministero Beni Culturali), il dott. Tullio Masneri (preside e presidente Ass. Culturale Sibarite), il prof. Giuseppe Pirazzo (docente e pedagogista) Domenico Codispoti (Docente e Saggista) e il prof. Giovanni Praticò (ricercatore e docente di Scienze Filosofiche).. Nel corso del convegno sono previsti gli interventi del dott. Riccardo Colao, giornalista, scrittore e direttore del quotidiano l’Italiano e il prof. Giuseppe Mandaglio


di G.S. dalla Redazione Calabrese del Quotidiano l’Italiano

REGGIO CALABRIA – Il 15 aprile alle ore 17,30 presso il Palazzo della Provincia della Città dello Stretto avrà luogo l’atteso convegno per celebrare la figura dell’eminente e illustre filosofo Giovanni Gentile a ottanta anni dalla sua dipartita.

Giovanni Gentile (nato a Castelvetrano, 30 maggio 1875 e ucciso a Firenze il 15 aprile 1944) è stato un filosofo, storico della filosofia, pedagogista e politico italiano. Fu, insieme a Benedetto Croce, uno dei maggiori esponenti del neoidealismo filosofico e dell’idealismo italiano, nonché un importante protagonista della cultura italiana nella prima metà del XX secolo, cofondatore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e, da ministro, artefice, nel 1923, della riforma della pubblica istruzione nota come Riforma Gentile. La sua filosofia è detta attualismo. Inoltre fu figura di spicco del fascismo italiano, considerato persino egli stesso l’inventore dell’ideologia del fascismo. In seguito alla sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, fu ucciso durante la seconda guerra mondiale da alcuni partigiani dei GAP.

on. Natino Aloi Presidente Istituto degli Studi Gentiliani per la Calabria

A presiedere l’evento l’on. Natino Aloi, massimo esponente per l’Istituto degli Studi Gentiliani per la Calabriae Lucania. Oltre all’ex viceministro per la Pubblica Istruzione, quale relatore, parteciperanno il prof. Pier Franco Bruni (direttore Ministero Beni Culturali), il dott. Tullio Masneri (preside e presidente Ass. Culturale Sibarite), il prof. Giuseppe Pirazzo (docente e pedagogista), Domenico Codispoti (Docente e Saggista) e il prof. Giovanni Praticò (ricercatore e docente di Scienze Filosofiche).

Nel corso del convegno prenderanno la parola con i loro interventi il dott. Riccardo Colao, giornalista, scrittore e direttore del quotidiano l’Italiano e il prof. Giuseppe Mandaglio

“«Era un omone che ispirava grande simpatia; con la pancia incontenibile, i bei capelli brizzolati sopra un faccione rosso acceso, di carnale cordialità. Tutto fuorché un filosofo: così mi apparve, benché fossi pieno di entusiasmo per i suoi Discorsi di religione, freschi di lettura. Bonario, familiare (paternalista), mi fece l’impressione di un vigoroso massaro siciliano, che fonda la sua autorità sull’indiscusso ruolo di patriarca. […]» ha ricordato Gene Pampaloni di Giovanni Gentile.

Ottavo di dieci figli, Gentile (nella foto giovanile sopra) nasce nel 1875 a Castelvetrano, nel trapanese, da Giovanni Gentile senior, farmacista, e Teresa Curti, figlia di un notaio. Frequenta il ginnasio/liceo “Ximenes” a Trapani. Vince quindi il concorso per quattro posti di interno della Scuola normale superiore di Pisa, dove si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia: qui ha come maestri, tra gli altri, Alessandro D’Ancona, professore di letteratura, legato al metodo storico e al positivismo e di idee liberali, Amedeo Crivellucci, professore di storia, e Donato Jaja, professore di filosofia, hegeliano seguace di Spaventa. Dopo la laurea nel 1897, con massimo dei voti e ottenimento del diritto di pubblicazione della tesi, e un corso di perfezionamento a Firenze, Gentile ottiene una cattedra in filosofia presso il convitto nazionale Mario Pagano di Campobasso. Nel 1900 si sposta al liceo Vittorio Emanuele di Napoli. Nel 1901 sposa Erminia Nudi, conosciuta a Campobasso: dal loro matrimonio nasceranno Teresa (1902), Federico (1904), i gemelli Gaetano e Giovanni junior (1906), Giuseppe (1908) e Tonino (1910).

Nel 1902 ottiene la libera docenza in filosofia teoretica e l’anno successivo quella in pedagogia. Ottiene poi la cattedra universitaria all’Università degli Studi di Palermo (1906-1914, storia della filosofia), dove frequenta il circolo “Giuseppe Amato Pojero” e fonda nel 1907 con Giuseppe Lombardo Radice la rivista Nuovi Doveri. Nel 1914 all’Università di Pisa (fino al 1919, filosofia teoretica) e infine alla Sapienza di Roma (già dal 1917 professore ordinario di Storia della filosofia, e nel 1926 professore ordinario di Filosofia teoretica). È stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Palermo (27 marzo 1910), professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Pisa (9 agosto 1914), professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Roma (11 novembre 1917), professore ordinario di Filosofia teoretica alla Università di Roma (1926), commissario della scuola normale superiore di Pisa (1928-1932), direttore della Scuola Normale superiore di Pisa (1932-1943) e vicepresidente dell’Università Bocconi di Milano (1934-1944).

Durante gli studi a Pisa incontra Benedetto Croce con cui intratterrà un carteggio continuo dal 1896 al 1923: argomenti trattati dapprima la storia e la letteratura, poi la filosofia. Uniti dall’idealismo (su cui avevano comunque idee diverse), contrastarono assieme il positivismo e le degenerazioni, a loro dire, dell’università italiana. Insieme fondano nel 1903 la rivista La Critica, per contribuire, in base alle loro idee, al rinnovamento della cultura italiana: Croce si occupa di letteratura e di storia, Gentile, invece, si dedica alla storia della filosofia. In quegli anni Gentile non ha ancora sviluppato il proprio sistema filosofico. L’attualismo avrà configurazione sistematica solo alle soglie della prima guerra mondiale. Sarà inoltre dal 1915 che Gentile divenne membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, fino al 1919.

All’inizio della prima guerra mondiale, tra i dubbi del neutralismo, Gentile si schiera a favore dell’intervento in guerra come conclusione del Risorgimento italiano. In quel tempo rivelò a sé stesso la passione politica che gli stava dentro e assunse una dimensione che non era più soltanto quella del professore che parla dalla cattedra, ma quella dell'”intellettuale” militante, che si rivela al grande pubblico attraverso i giornali quotidiani.

Nell’immediato dopoguerra partecipa attivamente al dibattito politico e culturale. Nel 1919 è, insieme a Luigi Einaudi e Gioacchino Volpe, tra i firmatari del manifesto del Gruppo Nazionale Liberale romano, che, insieme ad altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti forma l’Alleanza Nazionale per le elezioni politiche, il cui programma politico prevede la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, capace di combattere la metastasi burocratica, i protezionismi, le aperture democratiche alla Nitti, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili».

Nel 1920 fonda il Giornale critico della filosofia italiana. Sempre nel 1920 diviene consigliere comunale al Municipio di Roma, mentre l’anno successivo viene nominato anche assessore supplente alla X Ripartizione, A.B.A., ovvero alle Antichità e alle belle Arti, sempre del Municipio di Roma. Nel 1922 diviene socio dell’Accademia dei Lincei. Fino al 1922 Gentile non mostra particolare interesse nei confronti del fascismo. Fu solo allora che prese posizione in merito, dichiarando di vedere in Mussolini un difensore del liberalismo risorgimentale nel quale si riconosceva: «Mi son dovuto persuadere che il liberalismo, com’io l’intendo e come lo intendevano gli uomini della gloriosa Destra che guidò l’Italia del Risorgimento, il liberalismo della libertà nella legge e perciò nello Stato forte e nello Stato concepito come una realtà etica, non è oggi rappresentato in Italia dai liberali, che sono più o meno apertamente contro di Lei, ma per l’appunto, da Lei.» Da una lettera del 31 maggio 1923 rivolta a Benito Mussolini, cit. in G. Gentile, La riforma della scuola in Italia, Firenze, Le Lettere, 1989, pp. 94-95)

Il 31 ottobre, all’insediamento del regime viene nominato da Mussolini ministro della pubblica istruzione (1922-1924, per dimissioni volontarie), attuando nel 1923 la riforma Gentile, fortemente innovativa rispetto alla precedente riforma basata sulla legge Casati di più di sessant’anni prima (1859).

Gentile e Mussolini esaminano i primi volumi della Treccani

Dopo la crisi Matteotti, date le dimissioni da ministro, Gentile viene chiamato a presiedere la Commissione dei Quindici per il progetto di riforma dello Statuto Albertino (poi divenuta dei Diciotto per la riforma dell’ordinamento giuridico dello Stato). Gentile resta fascista e nel 1925 pubblica il Manifesto degli intellettuali fascisti, in cui vede il fascismo come un possibile motore della rigenerazione morale e religiosa degli italiani e tenta di collegarlo direttamente al Risorgimento. Questo manifesto sancisce l’allontanamento definitivo di Gentile da Benedetto Croce, che gli risponde con un Antimanifesto. Nel 1925 promuove la nascita dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura (INFC), di cui è presidente fino al 1937. In virtù della sua appartenenza organica al regime, Gentile consegue un forte arricchimento in termini economici e già all’inizio degli anni Trenta la sua famiglia si attesta su un tenore di vita parecchio elevato. Gentile realizza anche un notevole accumulo di cariche culturali, accademiche e politiche, grazie alle quali esercita durante tutto il ventennio fascista un forte influsso sulla cultura italiana, specialmente nel settore amministrativo e scolastico.

È il direttore scientifico dell’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Treccani dal 1925 al 1938, e vicepresidente di tale istituto dal 1938, dove accolse numerosi “collaboratori non fascisti” come il socialista Rodolfo Mondolfo. A Gentile si devono in gran parte il livello culturale e l’ampiezza della visione dell’opera: invitò infatti «a collaborare alla nuova impresa 3.266 studiosi, di diverso orientamento», poiché «nell’opera si doveva coinvolgere tutta la migliore cultura nazionale, compresi molti studiosi ebrei o notoriamente antifascisti, che ebbero spesso da tale lavoro il loro unico sostentamento». Egli riesce in tal modo a mantenere una relativa autonomia, nella redazione dell’enciclopedia, dalle interferenze del regime fascista. La collaborazione di antifascisti all’enciclopedia suscita critiche fra le gerarchie, cui Gentile risponde rassicurando Mussolini in una lettera del luglio 1933, in cui scrive fra l’altro che ai non iscritti al partito nazionale fascista «non è dato di inserire di proprio una sola parola nel testo della Enciclopedia», e che «nessun collaboratore, in nessuna materia, ha mano libera; e tutti gli articoli sono soggetti a rigorosa revisione». Tutte le voci dell’enciclopedia che riguardano il fascismo sono sottoposte all’approvazione preventiva di Mussolini. La voce sulla dottrina del fascismo, la cui prima parte è in realtà scritta da Gentile, viene firmata dal solo Mussolini. Il dittatore, costantemente informato dell’andamento dei lavori, legge in bozza i lemmi di suo interesse e talora suggerisce modifiche.

Nel 1928 Gentile diventa regio commissario della Scuola Normale Superiore di Pisa, e nel 1932 direttore. Nel 1930 diventa vicepresidente dell’Università Bocconi. Nel 1932 diventa Socio Nazionale della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Lo stesso anno inaugura l’Istituto Italiano di Studi Germanici, di cui diviene presidente nel 1934. Nel 1933 inaugura e diviene presidente dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Nel 1934 inaugura a Genova l’Istituto mazziniano. Fu direttore della Nuova Antologia e accolse “collaboratori non fascisti” come il socialista Rodolfo Mondolfo. Nel 1937 diventa regio commissario, nel 1938 presidente del Centro nazionale di studi manzoniani e nel 1941 è presidente della Domus Galilaeana a Pisa. Promosse l’istituzione dell’obbligo del giuramento di fedeltà al fascismo da parte dei docenti universitari. Sostenuto pubblicamente già nel 1929 da Gentile che lo definì «una nuova formula di giuramento, in cui gl’insegnanti sarebbero invitati a giurare fedeltà anche al Regime]», nell’ottica di Gentile esso avrebbe dovuto condurre al superamento della divisione, creatasi nel 1925, tra i firmatari del suo Manifesto degli intellettuali fascisti e coloro che invece avevano aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto dal suo ex amico e rivale Benedetto Croce. Introdotto nel 1931, questo provvedimento – tipico di un modo d’agire «drasticamente autoritario e repressivo» del regime fascista rispetto al mondo della cultura – causò l’allontanamento di alcuni illustri accademici dall’Università italiana e suscitò una diffusa riprovazione nell’opinione pubblica fuori d’Italia.

Non mancano comunque i dissensi col regime: in particolare il suo influsso all’interno del regime subisce un duro colpo nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi tra Chiesa cattolica e Stato Italiano: sebbene Gentile riconosca il cattolicesimo come forma storica della spiritualità italiana, ritiene di non poter accettare uno Stato non laico. Questo evento segna una svolta nel suo impegno politico militante; è inoltre contrario all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie e superiori, mentre riteneva giusto – avendolo inserito nella sua riforma – quello nelle scuole elementari, in quanto lo riteneva una preparazione alla filosofia adatta ai bambini.

Nel 1934 il Sant’Uffizio mette all’indice le opere di Gentile e di Croce, a causa del loro riconoscimento, nel solco dell’idealismo, del cristianesimo cattolico come mera “forma dello spirito”, ma considerato inferiore alla filosofia, come Gentile spiega nel discorso del 1943 La mia religione, in cui vi sono anche alcune velate critiche al papato storico, ispirate da Dante, Gioberti e Manzoni. Degna di nota anche la sua difesa di Giordano Bruno, il filosofo eretico condannato al rogo dall’Inquisizione nel 1600, al quale dedica un saggio, impegnandosi anche presso Mussolini perché la statua del pensatore nolano – eretta in Campo de’ Fiori nel 1889 e opera dello scultore anticlericale Ettore Ferrari – non fosse rimossa, come richiesto da alcuni cattolici.

Il 30 marzo 1944, per il suo appoggio dichiarato alla leva per la difesa della RSI, ricevette diverse missive contenenti minacce di morte. In una in particolare era riportato: “Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell’assassinio dei cinque giovani al mattino del 22 marzo 1944”. L’accusa era riferita alla fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva rastrellati dai militi della RSI il 14 marzo dello stesso anno (fucilazione orchestrata dal maggiore Mario Carità, che detestava Gentile, ricambiato; il filosofo aveva infatti minacciato di denunciare le eccessive violenze del suo reparto allo stesso Mussolini).[54] Il governo fascista repubblicano gli offrì quindi una scorta armata che però Gentile declinò: “Non sono così importante, ma poi se hanno delle accuse da muovermi sono sempre disponibile”.

Considerato in ambito resistenziale come uno dei principali teorici e responsabili del regime fascista, “apologo della repressione” e di “un regime ostaggio di un esercito occupante”, fu ucciso il 15 aprile 1944 sulla soglia della sua residenza di Firenze, la villa di Montalto al Salviatino, da un gruppo partigiano fiorentino aderente ai GAP di ispirazione comunista. Il commando gappista, composto da Bruno Fanciullacci, Elio Chianesi, Giuseppe Martini “Paolo”, Antonio Ignesti e la staffetta Liliana Benvenuti Mattei “Angela” come appoggio e con Teresa Mattei e Bruno Sanguinetti nell’organizzazione logistica, si appostò alle 13:30 circa nei pressi della villa al Salviatino e, appena il filosofo giunse in auto, Fanciullacci e Martini gli si avvicinarono tenendo sotto braccio dei libri per nascondere le armi e farsi così credere studenti. Il filosofo abbassò il vetro per prestare ascolto, ma fu subito raggiunto dai colpi della rivoltella di Fanciullacci. Fuggiti i gappisti in bicicletta, l’autista si diresse all’ospedale Careggi per trasferirvi il filosofo moribondo, ma Gentile, colpito direttamente al cuore e in pieno petto, in breve spirò. Fu un episodio che divise lo stesso fronte antifascista e che ancora oggi è al centro di polemiche non sopite, venendo già all’epoca disapprovato dal CLN toscano con la sola esclusione del Partito Comunista, che rivendicò l’esecuzione. Il 18 aprile fu sepolto, per iniziativa del ministro Carlo Alberto Biggini e con decreto di approvazione da parte di Mussolini stesso, nella basilica di Santa Croce a Firenze, il foscoliano tempio dell’italiche glorie.

Giovanni Gentile negli anni precedenti alla sua uccisione

Dopo l’attentato le autorità della RSI — dopo aver sospettato all’inizio lo stesso Mario Carità promisero mezzo milione di lire in cambio di informazioni sui responsabili, mentre venne disposto l’arresto di cinque docenti, indicati dal capo della provincia Raffaele Manganiello come i mandanti morali dell’agguato[66]: Ranuccio Bianchi Bandinelli (che aveva forse approvato l’uccisione), Renato Biasutti, Francesco Calasso, Ernesto Codignola, Enrico Greppi; ma gli ultimi due sfuggirono alla cattura. Grazie al diretto intervento della famiglia Gentile gli arrestati scamparono alla consueta rappresaglia che i fascisti eseguivano in seguito alle azioni gappiste (meno di due settimane prima, il 3 aprile, a Torino erano stati fucilati cinque prigionieri per l’uccisione del giornalista Ather Capelli), venendo rimessi in libertà.

In occasione del decennale della morte, tra il 15 e il 17 aprile 1955, all’interno della basilica fu inaugurato il primo di una serie di convegni di “studi gentiliani”. Di tanto in tanto si sono levate isolate voci contro la presenza della tomba del “filosofo del fascismo” in Santa Croce, ma senza seguito.

Il discorso agli Italiani del 24 giugno 1943 di Giovanni Gentile

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