Saturday, December 10, 2022
Quotidiano Nazionale Indipendente


Nicola Mingo: «Ho scelto il jazz perché rappresenta per me la possibilità di creare all’istante con libertà di pensiero e azione».

È in promozione con il suo ultimo album: “Blues Travel”, che definisce “energico, creativo e moderno”, è nato a Napoli, vive a Roma ed è ritenuto oggigiorno uno dei principali rappresentanti europei del jazz nostrano, ma, soprattutto, Nicola Mingo è un vero fuoriclasse perché per lui la musica è “linfa” è “ossigeno”, è “vita”. L’intervista.


di Clelia Moscariello per il Quotidiano l’Italiano

L’angolo di Clelia – Rubrica a cura di Clelia Moscariello

Nicola Mingo è un musicista con la “M” maiuscola: chitarrista, arrangiatore e compositore, è nato a Napoli nel 1963, vive a Roma, ed è ritenuto oggigiorno uno dei principali rappresentanti europei della chitarra modern mainstream jazz, ma, soprattutto, Nicola Mingo è un vero fuoriclasse perché per lui la musica è “linfa” è “ossigeno”, è “vita”.

Da giovane Nicola si dedica allo studio dell’armonia jazzistica e al tempo stesso anche alla chitarra classica con maestri del conservatorio, si diploma poi al conservatorio di S. Pietro a Maiella nel 1985 e approfondisce la sua formazione mediante corsi e stage con i più importanti esponenti della chitarra jazz (tra i quali Joe Diorio, Joe Pass, Jim Hall) suonando, contemporaneamente, con Paul Jeffrey, Terence Blanchard, Bill Pierce, Cedar Walton e Billy Higgins).

La cifra stilistica di Mingo reinterpreta e sintetizza personalmente il codice degli illustri inventori del bop: Nicola è capace di mixare il linguaggio di Charlie Parker e Dizzy Gillespie con il mood chitarristico di Wes Montgomery.

 Nel 1994 parte la sua attività discografica. L’esordio di Nicola avviene con il cd “Walking” per la Pentaflowers e nel 1997 viene incluso nell’album “Blues for Bud” per CDpM Lion, che riunisce la migliore produzione del jazz nostrano, insieme con Giovanni Tommaso, Enrico Rava, Claudio Fasoli, Enrico Intra, Franco Ambrosetti, Enrico Pieranunzi, Claudio Angeleri e Dado Moroni.

Nicola Mingo esercita anche una attività didattica di tutto rispetto che prevede l’insegnamento della chitarra e della musica jazz nell’Università della Musica e nelle scuole Lady Bird, Modern Times, Music All e Teatro Golden.

Nel 2008 Nicola Mingo esce, inoltre, con un DVD didattico intitolato “Suonare nello stile di Wes Montgomery” pubblicato da Edizioni Carish.

Dopo sette album, arriva il suo ottavo cd, “Blues Travel”, del quale è giustamente entusiasta e fierissimo.

Ma chi è davvero Nicola Mingo? Perché ha scelto questa strada professionalmente parlando e quali sono stati i suoi riferimenti? Ma soprattutto cosa vuole comunicare tramite il jazz? Questo e molto altro gli ho chiesto in questa lunga intervista…

Nicola Mingo in un ritratto fotografico di Fabrizio Sodano

Ciao Nicola,

  1. Ti sei classificato tra i dieci migliori chitarristi jazz italiani ai “Jazzit Award”. Cosa vuole dire fare musica oggigiorno e quanto impegna e al tempo stesso gratifica fare musica di qualità cercando di ottenere dei risultati in tal senso?

«Bene ottima domanda! Allora credo che un traguardo, come può essere un Jazzit Award o un concerto di rilievo, un nuovo progetto discografico o didattico, o un Festival nazionale o internazionale e quant’altro, rappresentino, per un musicista, il risultato dei sacrifici e delle energie impiegate negli anni di gavetta e di onorata carriera; se si è, quindi, lavorato bene, prima o poi i riconoscimenti arriveranno e consolideranno la consapevolezza del proprio talento artistico. L’impegno profuso in tal senso è incommensurabile, credo, per tutti noi artisti.

Nella fattispecie, ho iniziato questo percorso nel 1970 a soli sei anni, dettato da una passione tale da farmi decidere negli anni di diventare un musicista professionista e dal lontano 1985, dopo gli studi al Conservatorio di San Pietro a Maiella a Napoli con grandi maestri storici di chitarra e di teoria musicale  (Francesco de Sanctis ,,Alfredo Combattente, Raimondo Di Sandro), ho iniziato la mia carriera solistica concertistica e discografica producendo ad oggi 8 cd a mio nome con importanti label discografiche come “Alfa Music” di Fabrizio Salvatore e Alessandro Guardia, la mia attuale casa discografica, “Universal Music Emarcy Jazz” ( Franco Galliano), “Red Records The Color of Jazz” (Sergio Veschi), “Rai Trade” (Dino Piretti e Mauro Buttinelli), “Philology” del compianto Paolo Piangiarelli e la “Pentaflowers” di Franco De Gemini con la quale ho debuttato nell’edizione 1994 di “Umbria Jazz” al Teatro Morlacchi di Perugia; da aggiungere una serie di compilation con grandi case discografiche come la “Wagram”, dove un mio brano, dedicato al grande chitarrista della “Blue Note Records” Grant Green, compare insieme ad altri brani di George Benson, Wes Montgomery, Pat Metheney e John Scofield e  un dvd didattico per la “Playgame Music” sullo stile di uno dei più grandi chitarristi della storia del jazz: Wes Montgomery.  Cosa significa oggi proseguire questo cammino iniziato più di 50 anni fa? credo che sia doveroso nei confronti di una scelta fatta a suo tempo non facile non priva di ostacoli e non sempre gratificante, ma sicuramente piena di passione, energia, motivazione e voglia di comunicare con il mio pubblico con i musicisti e con tutti gli appassionati di musica e gli addetti ai lavori».

  • Lester Bowie ha affermato: “Il jazz non è né un repertorio specifico, né esercizio accademico… ma uno stile di vita.” Tu sei d’accordo con questa frase?

«Beh, in un certo senso sì! Lester Bowie, trombettista degli “Art Ensamble of Chicago”, una formazione prettamente basata sul recupero dei suoni veraci ed autentici del jazz di Chicago e sulla sperimentazione di nuove sonorità, legate alla natura e con grande rappresentazione scenica di costumi di Chicago, non poteva non fare questa osservazione. Io credo che vi siano varie scuole di pensiero in merito alla questione che risulta a tratti un po’ complicata e di difficile interpretazione. La musica afroamericana ha ormai un secolo e viene a tutti gli effetti catalogata sotto il nome di “jazz” così come viene catalogata la musica classica. Pertanto, essendo ormai un linguaggio ampiamente decodificato dal punto di vista della sintassi e della forma, esso è diventato a tutti gli effetti un oggetto di studio nei conservatori e questo è sicuramente un dato positivo per quanto riguarda l’assimilazione di concetti base e regole che favoriscono la crescita musicale delle nuove generazioni, soprattutto di quelle future. Il punto, però, è che, quello a cui si riferisce Lester Bowie riguarda la sostanza di una musica che nasce in un determinato periodo storico anni ‘20 /’30 del secolo scorso con determinate condizioni sociali e razziali e che ha generato dei movimenti rivoluzionari come il “bebop” o L’”hardBop” o il “freejazz” che rappresentavano un vero e proprio “stile di vita” Ecco, in questo senso, Bowie ha totalmente ragione: oggi il jazz è accademia così come lo è la musica classica!»

  • Cosa significa esattamente invece il jazz per te?

«Gran bella domanda! Qui ti devo rispondere dicendoti che in un certo senso ho scelto il jazz come musica perché rappresenta per me la possibilità di creare all’istante con una certa libertà di pensiero e azione, ciò che ho in mente da un punto di vista musicale. Ossia: noi studiamo di tutto di più, scale, arpeggi, accordi, polifonia, armonia, relazioni tra accordi e scale. ritmo. fraseggio e quant’altro. Tutto questo confluisce in un bagaglio per l’improvvisazione, ossia per la capacità estemporanea di costruire un discorso all’istante, che sia sensato, che abbia una direzione e soprattutto uno svolgimento preferibilmente con dei punti alti di picco (dinamica climax e conseguentemente relax). Ecco per me questo è il jazz ed il motivo per il quale ho scelto di proseguire nel cammino fatto dai grandi jazzman della storia è quello di cercare di aggiungere la mia cifra stilistica al linguaggio storico del jazz».

  • Il tuo ultimo lavoro e l’ottavo tuo album è “Blues Travel”: parlacene.

«Sono molto fiero e motivato rispetto al mio nuovo lavoro discografico “Blues Travel” (per la “AlfaMusic”) con il quale sto attualmente girando in live concert presentazioni del cd in concerti in jazz clubs e festival e che mi auguro di poter portare avanti soprattutto in questi difficili anni dettati da grandi trasformazioni epocali e mondiali come pandemie, guerre e tutto quello che ne consegue per l’ambiente la cultura e per la società. Credo nel mio progetto “Blues Travel”, una sorta di “Blue Note Project”, con vari standard della tradizione afroamericana e tanti omaggi scritti da me e dedicati ai miei miti storici, primo tra tutti: Wes Montgomery con il brano “Wes Blues” o Freddie Hubbard con il brano “New Step” o Art Blakey con il brano “Art’s Legacy”, Joe Pass con il brano “Double Strings Blues” e persino al nostro amato bluesman Pino Daniele (“Pinotto”) con il brano “To Pinot”.

Le “Blue Note” rappresentano il leitmotiv di questo progetto e il blues viene trattato da un punto di vista strutturale, percorrendo le varie forme storiche degli anni ‘60: “Minor Blues”, – “Minor Blues” + “Bridge”, “32 Bars” , “16 Bars” + “Interlude” e forme varie come “24 Bars” e quant’altro, il tutto cercando di mettere al primo posto il big sound della mitica “Blue Note Records”, registrato in presa diretta, simulando l’effetto di un live concert storico. Prezioso è stato l’apporto di grandi musicisti e miei storici collaboratori come Giorgio Rosciglione al contrabbasso, Gegè Munari alla batteria e Andrea Rea al piano e sono fiero della produzione “AlfaMusic”, perché essa è una delle migliori label discografiche attualmente presenti sul mercato del jazz italiano».

  • Quanto ti senti cresciuto artisticamente a partire dal tuo primo album “Walking” del 1994 ad oggi e cosa è cambiato in te da allora?

«Ottima domanda. Devi sapere che oggi sono nonno di una nipotina di 6 mesi! Pensa a quanto mi sento cresciuto e quanta acqua è passata sotto ai ponti! Allora ricordo bene il 1994: avevo 30 anni quando ho pubblicato il mio primo cd “Walking” con la “Pentaflowers” che mi è valso il debutto discografico nel mondo del jazz con il grande Flavio Boltro alla tromba e che presentammo nell’edizione del ‘94 di “Umbria Jazz” con Dario Deidda al contrabbasso, Amedeo Ariano alla batteria e Francesco Nastro al piano. Da allora la mia carriera è andata sempre in salita. Ho pubblicato nel 1996 il secondo cd con la “Pentaflowers” “Modern Age” con Dario Deidda, Amedeo Ariano e Valerio Silvestro e fui presentato come miglior nuovo talento nella prestigiosa rassegna “Iseo Jazz 1996” dall’autorevole critico musicale Maurizio Franco. Durante la nostra esibizione ricordo che in prima fila ad ascoltarci c’era il produttore Sergio Veschi della “Red Records” e in quel concerto nacque il sodalizio con il grande Antonio Faraò e il nuovo cd con la “Red Records”: “Talkin’ Jazz (2001). Quello fu il vero e proprio lancio nel giro del jazz italiano ed internazionale e ringrazio Sergio Veschi, Maurizio Franco e Franco Galliano per avere creduto in me che all’epoca avevo solo 33 anni. Nel 2004 la “Philology” di Paolo Piangiarelli mi ha prodotto il cd “Guitar Power” che abbiamo presentato nel prestigioso “Duc Lombards” a Parigi e in vari festival jazz e jazz clubs. Successivamente è nata l’idea di “Parker’ s Dream”, un omaggio al mitico “Bird” in guitar solo commissionatomi da Maurizio Franco per l’edizione del 2006 del “Festival jazz di Iseo”, prodotto da “Rai Trade” di Dino Piretti e Mauro Buttinelli, presentato all’”Iseo Jazz” e alla “Casa del Jazz” di Roma. Nel 2011 approdo alla “Universal Music Emarcy Jazz” con un omaggio al mitico Clifford Brown e ritorno all’”Umbria Jazz” a presentare il cd “We remember Clifford” al Teatro Pavone.

Nel 2014 sempre per Universal Music è uscito il cd “Swinging”, un omaggio allo swing storico registrato con il compianto Antonello Vannucchi al piano, con Giorgio Rosciglione e Gegè Munari, presentato nel prestigioso “Alexanderplatz Jazz Club” di Roma dell’ottimo Eugenio Rubei, all’Auditorium “Parco Della Musica” di Roma da Flavio Severini, ed al “Charity Café” di Gaetano Marotta, con l’attuale ritmica dei miei live concert. Infine, nel 2019 è uscito “Blues Travel” per la “AlfaMusic”, presentato nell’edizione del 2019 del prestigioso “Jazzit Fest” a Pompei. Cosa è cambiato in me? Sicuramente ora ho i capelli quasi tutti bianchi da vero nonno DOC ma la passione autentica per la musica non cambierà mai! Diciamo che con l’età si acquisisce maggiore saggezza o (citando i miei nonni) giudizio: ecco, credo di aver acquisito saggezza e giudizio soprattutto nei confronti della vita e della musica».

  • Quanto sono stati importanti per te Charlie Parker e Clifford Brown e cosa hanno rappresentato l’uno e l’altro per te?

«Sempre più interessanti le tue domande! Allora avevo tra i 16 e i 18 anni ricordo questo: ascoltavo delle registrazioni storiche: “Charlie Parker at Royal Roost” o “Clifford Brown live at Birdland” o Lee Morgan con Art Blakey e i “Jazz Messengers” e alcune volte, di sera tardi, mi addormentavo con la musica. Bene, non conoscevo questo metodo di assimilazione che è poi stato decodificato ma ti dico che al mio risveglio mi suonavano in testa gli assoli di quei grandi musicisti. Un po’ per gioco, un po’ per passione, cominciai a cantare in testa quelle frasi e conseguentemente a suonarle sulla chitarra. Ecco, questo mi resterà per sempre, ossia a furia di ascoltarli, io credo di avere assimilato un linguaggio come accade per il linguaggio parlato! Non so se sia stato un metodo ortodosso ma sta di fatto sta che quando ho studiato i libri di David Baker, Jerry Coker, le trascrizioni storiche di Clifford Brown e l’”Omnibook” di Charlie Parker e tutti i testi sacri del jazz ho avuto la conferma dell’esistenza del mio insolito metodo di apprendimento uditivo, detto in soldoni, dell’esistenza dell’“ear training”».

Nicola Mingo ritratto durante una sua esibizione
  • Blues Travel” è stato descritto come un percorso musicale nel blue note sound caratteristico del jazz degli anni ‘60. Cosa manca di quegli anni musicalmente parlando secondo te?  

«Siamo nel 2022 e siamo musicisti del nuovo secolo… ecco tutto.

Possiamo mantenere viva una musica risuonandola nella nostra epoca con i nostri suoni e con le nostre sonorità ma non possiamo rivivere più quell’epoca, purtroppo. Era un periodo storico di grande fermento musicale e culturale a livello mondiale e il “Blue Note Sound” rappresentava in pieno con tutta la sua energia e creatività le rivoluzioni dell’epoca. Oggi ci troviamo nella cosiddetta “società liquida” e la musica è ormai cambiata sotto tutti gli aspetti, pertanto, noi possiamo solo rappresentare attraverso la nostra musica i cambiamenti epocali e sarà poi la storia a documentare per bene il nostro operato».

  • Ti dedichi anche all’insegnamento. Quanto i ragazzi odierni necessitano di una cultura musicale e perché?  

«Amo insegnare lo faccio dal lontano 1986 e ho insegnato in tantissime prestigiose scuole di musica della capitale e attualmente lavoro alla “Lady Bird Project” di Paolo Patrignani e insegno chitarra jazz, classica teoria e improvvisazione jazzistica. Credo che oggi ci sia soprattutto per il jazz e la musica classica un maggiore interesse da parte degli allievi che anche in tenera età vogliono studiare e apprendere il linguaggio dei grandi musicisti; personalmente, ho allievi di tutte le età e fortemente motivati nella volontà di apprendimento e questo è un dato molto positivo che fa ben sperare per le future generazioni».

  • I tuoi prossimi progetti?

«Tanti, davvero! Veramente in questi due anni di pandemia ho scritto e suonato di tutto e di più. Sicuramente arriverà ben presto un nuovo lavoro discografico di cui però non voglio ancora raccontare, ma anticipo soltanto che si tratta di qualcosa di parecchio impegnativo. Poi partirà un progetto didattico sull’improvvisazione jazzistica e tanto altro che ho messo in cantiere e che, sono sicuro, prima o poi, si concretizzerà! Quello che mi auguro è che cresca ovviamente la possibilità di esibirsi dal vivo per tutti noi musicisti dopo questi difficili anni di “stand by” della nostra attività concertistica e discografica e aggiungo che aspetto tutti voi lettori del Quotidiano indipendente nazionale “L’Italiano News” e te nei prossimi concerti con il mio nuovo lavoro discografico “Blues Travel”.»

  1.  Tre aggettivi per promuovere “Blues Travel”:

 «Un viaggio nel “Blue Note Sound”: Energico, creativo e moderno».

Clelia Moscariello

Comments


Lascia un commento