Sunday, April 21, 2024
Quotidiano Nazionale Indipendente


In Italia è sempre di più emergenza carceri Nicola Garofalo, presidente dell’Associazione “Un ponte per Onesimo” operante presso i penitenziari discute con l’Italiano sul tema

Ben 85 reclusi si sono, suicidati), dall’altra, in varie case di reclusione e circondariali italiane, si sono attuati e si continua a registrarli, gesti aggressivi da parte di detenuti nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria, per non parlare del ritrovamento di droga e cellulari all’interno delle celle e di forme di proteste da parte dei carcerati per la loro condizione di detenzione.


Intervista di Romano Scaramuzzino per il Quotidiano l’Italiano

BERGAMO – Quella della condizione attuale delle carceri italiane non è solo caratterizzata dalla sua emergenza ma anche dalla sua complessità.

Infatti, se da una parte è riscontrabile un tipo di reclusione alla quale sono sottoposti molti detenuti (carcerazione in netto contrasto con le regole di un paese civile come il nostro) e che porta alcuni dei reclusi a gesti estremi come il suicidio (il 2022, dal 1990 anno in cui è iniziata la raccolta dei dati, è stato il periodo nel quale, nelle nostre carceri, si è rilevato il più alto numero di detenuti che si sono tolti la vita. Ben 85 di loro si sono, infatti, suicidati), dall’altra, in varie case di reclusione e circondariali italiane, si sono attuati e si continua a registrarli, gesti aggressivi da parte di detenuti nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria, per non parlare del ritrovamento di droga e cellulari all’interno delle celle e di forme di proteste da parte dei carcerati per la loro condizione di detenzione.

Ci appare, quindi, quella delle carceri del nostro paese, un problema che contiene vari aspetti da risolvere o, quanto meno, di affrontare seriamente e celermente. Dando una risposta adeguata sia all’articolo 27 della nostra Costituzione che così recita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”, sia alla sicurezza degli operatori di polizia penitenziaria che a quella dei cittadini onesti che devono, anche, essere sicuri che chi delinque in modo accertato di crimini efferati e continuativi (come coloro che indubbiamente appartengono  alle varie mafie, nei loro livelli alti,  i quali, purtroppo, difficilmente si pentono, tendendo, anche dal carcere, nel continuare ad esercitare il loro potere criminale), sia messo in condizione di non nuocere al nucleo sociale sano del nostro paese, venendo sottoposto anche a pena certa e congrua.

Queste nostre premesse e considerazioni personali ci portano a pensare che la gestione delle carceri italiane ma anche della Giustizia della nostra Italia, porta con sé problemi annosi ma si è sempre in tempo – se c’è la volontà di farlo – di risolverli.   

Non possiamo, in questa nostra disamina, seppur sintetica, omettere il lavoro prezioso dei vari volontari, di chi è autorizzato nel farlo ufficialmente, i quali cercano di aiutare il recluso durante il suo percorso di detenzione.

Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare chi opera in tal senso.

Una voce, tra le tante voci, di questo “volontariato”, una voce che consideriamo importante e di valore, quella del Pastore evangelico Nicola Garofalo, Presidente di Un Ponte per Onesimo – Associazione Cristiana Evangelica di Volontariato – ODV, con sede operativa in Via Antonio Aldini, 12 – 20157 Milano.

Pastore Garofalo, quando e perché è iniziata la sua intenzione di operare all’interno delle carceri italiane

Correva l’anno 1997, una credente evangelica accompagnò sua sorella (che chiamerò Angela) in chiesa per partecipare alla riunione di Culto domenicale. Al termine della funzione, le donne si presentarono e mi illustrarono la situazione dolorosa che vivevano a motivo dell’arresto per gravi reati del marito di Angela, detenuto in attesa di giudizio. Per la gravità della situazione e il timore di gesti estremi del recluso, mi chiesero di fargli visita in carcere. Ottenuta l’autorizzazione del Ministero dell’Interno per accedere all’Istituto Penitenziario in qualità di ministro di culto evangelico delle Assemblee di Dio in Italia, mi recai dalla persona per un colloquio di sostegno morale e spirituale. La richiesta di un secondo incontro mi fece capire che ero stato di aiuto, ma solo nel secondo incontro appresi che l’uomo aveva determinato di suicidarsi e che Dio mi aveva dato l’opportunità di incontrarlo perché ciò non accadesse. Per cinque anni ho incontrato quell’uomo ed altri suoi compagni reclusi presentando loro il Vangelo di Gesù Cristo. In quegli anni l’assistenza spirituale si allargò anche al detentivo femminile e capii, quindi, che questa era la mia missione.

Ci vuole parlare dell’associazione della quale lei è presidente?

Volentieri. L’Associazione “Un Ponte per Onesimo”, nasce nel 2006, con lo scopo di assistere persone socialmente disagiate (detenuti, soggetti con dipendenze da sostanze psicotrope e alcol, etc.). Detta Associazione è costituita in conformità al Decreto Legislativo noto come “Codice del Terzo settore” ed iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Il nome dell’Associazione si ispira ad Onesimo, personaggio biblico menzionato nel Nuovo Testamento, appartenente alla classe sociale degli schiavi. Essendosi reso colpevole di atti che ledevano gli interessi di Filemone, suo padrone, egli fugge dalla città di Colosse. A Roma incontra l’apostolo Paolo e si converte al Cristianesimo. Paolo, nella sua Lettera a Filemone (versetti dal 10 al 16) rimanda Onesimo al suo ex padrone con la raccomandazione di accoglierlo non più come schiavo ma come un fratello in Cristo divenuto “utile”.

Nella sua applicazione “pratica”, nella realtà di tutti i giorni, quale significato ha questa storia

È una domanda legittima e utile la sua. Vede, l’apostolo Paolo diventa per Onesimo non solo un aiuto spirituale, ma un vero e proprio intermediario, “un ponte”, fra l’uomo che versa in una condizione di colpa legata al reato commesso e la libertà, rappresentata dal perdono in Cristo e quindi accompagnato nella realizzazione di una vita trasformata dagli insegnamenti della Parola di Dio e riconquistata alla famiglia, alla società e al mondo del lavoro. Ed è quello che cerchiamo noi di fare con le nostre attività nelle carceri.

E in cosa consistono queste vostre attività

I nostri volontari si occupano di visitare e sostenere i detenuti offrendo assistenza morale e spirituale, in occasione di colloqui di sostegno individuali e in ambito di gruppo. Considerando che i reclusi sono sostanzialmente persone sole e allontanate a forza dai propri affetti, i volontari si dispongono per ascoltarli e porgere una parola di conforto e incoraggiamento. Inoltre, sempre i nostri volontari, si rendono disponibili ad aiutare detenuti tossicodipendenti e alcolisti nel loro percorso di cambiamento attraverso la collaborazione di Centri Cristiani Evangelici che accolgono detenuti in affidamento. I nostri volontari appartengono a varie comunità cristiane evangeliche. Personalmente, colgo l’occasione di citare la comunità alla quale appartengo ovvero la Chiesa Evangelica ADI Quarto Oggiaro, Milano, condotta dal Pastore Nino Balbo.

Attualmente presso quale istituto di pena operate

I nostri volontari e volontarie (che, al momento, in totale sono dodici, di cui tre di loro fanno parte del Consiglio Direttivo dell’Associazione) operano settimanalmente nella 2^ Casa di Reclusione di Milano Bollate (il cui Direttore è Giorgio Leggieri, ndr). Questi nostri volontari operano in cinque reparti maschili di reclusi comuni e un reparto reclusi protetti ovvero sex offender, pedofili; altri volontari operano in due reparti del detentivo femminile. Oltre alle attività interne, vengono effettuati accompagnamenti di reclusi in permesso. Vengono distribuite Bibbie e calendari cristiani.

Lei accennava prima alle attività che svolgete con i detenuti. Ci vuole dire quali sono oltre quelli dedicati agli incontri individuali con i reclusi

Certo! “Insieme per ricominciare”, ad esempio, è una sorta di progetto educativo cristiano sui temi della vita personale, familiare e sociale, una delle nostre iniziative proposte negli incontri di gruppo con i detenuti. “Corso di cultura biblica”, è un’altra nostra iniziativa, finalizzata alla ricostruzione dell’identità del detenuto secondo i principi dell’etica cristiana. “Culto Evangelico”, momenti di lode e adorazione e predicazione della Parola di Dio. “Onesimo Formazione”, invece, è un servizio che mette a disposizione di tutti coloro che vogliono potenziare le loro capacità relazionali e comunicative, nella assistenza e supporto spirituale. Il “Progetto Demetra”, è stata per tre anni una attività svolta in collaborazione con il Ministero della Giustizia. Dove il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Provveditorato Regionale per la Lombardia su progetto dell’Area Educativa Trattamentale della Direzione 2^ Casa di Reclusione di Milano-Bollate e la collaborazione esecutiva dei volontari “Un ponte per Onesimo”, hanno condotto una iniziativa di restituzione sociale (giustizia riparativa). Tutto questo con una chiara visione: promuovere nei reclusi il desiderio di intraprendere un percorso di consapevolezza che produca una revisione interiore personale attraverso la fede e gli insegnamenti di Gesù Cristo, il Grande Educatore dell’umanità!

Secondo la sua esperienza qual è la situazione attuale delle carceri italiane e, nello specifico, quella di Milano-Bollate

In generale, la situazione attuale è davvero molto critica ed esistono molteplici aspetti sui quali si chiede un intervento urgente per essere conformi alle direttive europee a tutela dei diritti dei detenuti. I temi più urgenti e ricorrenti riguardano: 1) il sovraffollamento che rende invivibile la convivenza in regime di detenzione 2) la mancanza di spazi vitali, di attività trattamentali/educative e lavorative che favoriscano il recupero della dignità della persona e il reinserimento nella società civile e abbassano il tasso di recidiva 3) i grandi limiti (spazio e tempo) nel recupero o il mantenimento degli affetti e la comunicazione con questi (telefonate, videochiamate, ecc.). Nel nostro Paese, tra l’altro, è ancora un tabù intrattenere rapporti di intimità con il proprio coniuge/compagno/compagna; ai limiti della libertà personale si aggiunge la pena del deterioramento delle relazioni affettive con le famiglie 4) la carenza di Funzionari di Area Giuridico Pedagogica che seguono il percorso dei reclusi e del Personale di Polizia Penitenziaria efficiente e preparato adeguatamente per un trattamento dignitoso delle persone recluse. La 2^ Casa di Reclusione di Milano Bollate, ha nella sua costituzione un modello di detenzione che si differenzia da altri istituti di pena, più vicino al senso di umanità richiesto dalla Carta dei Diritti dei reclusi e offre molteplici (anche se non esaurienti) opportunità di percorsi trattamentali interni (anche ad opera delle associazioni di volontariato) e di lavoro interno ed esterno al carcere. Tuttavia, anche in questo Istituto sussistono in misura meno grave le situazioni suddette.

Nei suoi anni di missione cristiana nelle carceri come ha visto operare Cristo nella vita dei detenuti

In 27 anni di missione ho svolto principalmente attività negli Istituti di Monza, Como, Opera e Milano-Bollate. Ho incontrato centinaia di reclusi e recluse, molti di questi sudamericani e africani, tanti italiani/e. Diversi cresciuti in famiglie cristiane evangeliche che si erano allontanati dalla fede. In costoro ho riscontrato più spesso l’impegno non finto di ravvedersi per cambiare vita. Alcuni reclusi non hanno mai avuto modo di possedere e leggere la Bibbia né sentire annunciare l’Evangelo della Grazia. Incuriositi e volendo impiegare del tempo ad ascoltare gli “evangelisti”, hanno continuato a frequentare i nostri incontri e raccontarci le loro storie, a chiedere preghiere ed aiuto per loro stessi e le loro famiglie. Tante volte ho assistito uomini e donne in lacrime che chiedevano perdono a Dio e desideravano rimediare alle loro malefatte. Alcuni hanno pure espresso la volontà di battezzarsi in acqua come indicato nel Nuovo Testamento, alcuni hanno sperimentato un profondo rinnovamento spirituale e hanno proseguito il loro cammino nelle Chiese Evangeliche post detenzione, anche con i loro famigliari. Diverse persone, uomini e donne, che erano animate da malvagità non comune, da violenza inumana, hanno trovato salvezza e forza nel cambiamento prodotto in loro dalla fede genuina e pratica in Dio, anche a prezzo di scherno e persecuzione da parte di altri internati.

Credo che un’opera del genere cambi interiormente non solo chi la riceve ma anche chi l’effettua. Pastore, questa vostra iniziativa, cosa ha prodotto nel suo intimo, nel suo spirituale

Questa missione mi ha insegnato molto. Le ore trascorse ad ascoltare, assistere, confortare e correggere le persone che normalmente si giudicano indegne di vivere nel consesso sociale, mi hanno aiutato a non giudicare nessuno a priori e che tutti hanno diritto a un’altra possibilità. In un periodo piuttosto buio della mia vita, reduce da un fallimento personale, mi sono sentito prigioniero anch’io a causa dei miei errori. Non faccio volontariato per espiare le mie colpe o per aggraziarmi Dio, ma per profonda riconoscenza a Colui che mi ha dato la forza di ricominciare donandomi la dignità di essere chiamato Suo figlio per la fede nel sacrificio di Gesù Cristo. Gesù ha dichiarato “colui che viene a me, non lo caccerò fuori!”. Non dico che sia facile avere a che fare con “i delinquenti, rifiuto della società” per alcuni dei quali, come si suol dire, occorre gettare le chiavi dopo averli rinchiusi, ma posso dichiarare che solo la misericordia e la compassione per i perduti, può essere motivo trainante di speranza per una vita dignitosa vissuta nella legalità. Capire e affrontare le fragilità, la malvagità, la perversione e l’incredulità dovuta all’ignoranza dell’umanità che non conosce Dio, è sporcarsi le mani e talvolta raccogliere ingratitudine, ma è frutto dell’Amore di Dio verso me e chi mi circonda. Tuttavia, è questa la ragione per cui Dio si è fatto uomo in Cristo Gesù: per cercare a salvare i perduti! L’Apostolo Paolo dichiara che tutti hanno peccato e vivono senza la benedizione di Dio. Il rimedio c’è ed è potente a cambiare le persone. Se non avessi vissuto queste esperienze sarei un uomo più povero, più insensibile e più egoista. Un cristiano che non realizza lo scopo di Dio: essere luce e sale della terra.

C’ è stato un caso, o più di uno, di trasformazione personale, spirituale di qualche detenuto, che l’ha colpito in modo particolare?  Se sì, ce la vuole raccontare

Ricordo una donna colombiana reduce da una vita di grandi difficoltà, di dolori e ferite interiori dovute ad abusi sessuali del padre quando era adolescente. Dopo mesi che frequentava le mie riunioni nel carcere di Monza ascoltando gli insegnamenti tratti dalla Bibbia, quando comprese e realizzò il perdono e l’amore di Gesù Cristo nella sua vita, fu liberata dal grande peso prodotto dall’odio e dal rancore verso i suoi genitori, e a quest’ultimi ha scritto annunciando il suo perdono per tutto il male ricevuto. Dio l’aveva guarita interiormente. Seppi, in seguito, da lei stessa che al suo ritorno in patria, ritrovò e si riconciliò con i suoi genitori che non vedeva dalla sua giovinezza.

Qual è, invece, l’ostacolo o gli ostacoli più grossi che incontrate in questa vostra iniziativa sia per voi operatori sia per i detenuti

In generale non possiamo nascondere il fatto che non appartenere alla religione di stato limita molto la presenza e l’attività dei credenti evangelici in molte carceri. Non ci è possibile avere Cappelle condivise per svolgere le funzioni di Culto Evangelico o di altre confessioni. In molte carceri l’entrata dei Ministri di Culto acattolici è difficile e talvolta impedita. Sebbene sia la Costituzione (vedi art.8) che l’Ordinamento penitenziario prevedono libere confessioni religiose, l’assistenza spirituale in alcuni ambiti come il carcere, non sempre viene considerata un diritto. Riceviamo richieste di incontro e di assistenza spirituale da detenuti in altre carceri e nonostante le istanze di autorizzazione all’ingresso inoltrate, vengono ignorate o non accolte. Questo risulta incomprensibile e avvilente. Noi ringraziamo Dio e i Direttori del Carcere di Milano Bollate che ci hanno consentito di operare, seppur con qualche limite, anche con apprezzamento degli operatori. Una iniziativa che vorremmo portare a termine è quella di accompagnare i detenuti/e che lo desiderano e che possono godere di permessi, al Culto domenicale nelle nostre Comunità vicino al carcere. Vedremo!

Secondo lei, soprattutto determinati crimini e criminali, si possono prevenire? Se sì, in che modo

Rispondo con una frase che spesso ci sentiamo ripetere: “se vi avessi conosciuto prima, non avrei commesso tanti errori”. La vera prevenzione è quella di far conoscere la Verità di Cristo e il Suo Amore che trasforma e rinnova il suo modo di pensare della persona. Cito la Scrittura ovvero 2Timoteo 3: “16 Ogni scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia. 17 Perché l’uomo di Dio sia completo e preparato per ogni buona opera”. L’uomo ha tante nobili aspirazioni e talenti, l’ingegno, l’arte, la musica, la cultura, ecc., ma è incompleto senza la Grazia di Dio. Quello che l’uomo dice e fa è per un tempo, quello che Dio fa nell’uomo è per sempre, ed è buono!

Avete dei progetti futuri in cantiere?

Un progetto che vorremmo realizzare nell’ambito della missione carceraria è un Centro di Accoglienza Evangelico, di ascolto e orientamento nei primi mesi della scarcerazione. Molti di loro non hanno più casa, affetti, lavoro e rischiano di ricadere nella recidiva. Una sede dove anche detenuti in permesso possono fare base, avere informazioni e soprattutto incoraggiamento e sostegno morale e spirituale. Riprendere a vivere in una società in rapido sviluppo in tutti i sensi e alquanto disorientante e pericoloso per coloro che non sanno muoversi.

Chi rappresenta per lei Cristo, nel suo intimo più profondo, e come lei e i suoi collaboratori, Lo presentate a questi detenuti

Può essere interpretato come fanatismo, ma per me e i miei collaboratori, Cristo è il vero motore e senso della Vita. L’unica via di uscita da una vita di contraddizioni, di povertà morale, di ingiustizie e ineguaglianze, di fallimenti e infelicità e infedeltà, da una vita senza scopo. Non è una visione pessimistica, anche nei paesi più evoluti ci sono problemi e molti trovano come rimedio il suicidio. Il progresso non ha reso l’uomo nobile e giusto. Noi volontari di “Un ponte per Onesimo”, siamo uomini e donne imperfetti e inadeguati e insufficienti a soddisfare il grande vuoto che produce la detenzione e dare una svolta definitiva alle persone, ma siamo animati da un amore schietto e disinteressato per uomini e donne distrutte dal peccato di incredulità e indifferenza verso Dio. Contiamo sulla presenza e la guida di Dio in noi per mezzo della Bibbia e dello Spirito Santo, questi sono gli strumenti che hanno il potere di cambiare l’uomo dall’interiore e riportarlo alla somiglianza di Dio Creatore.

Pastore Garofalo, qui finisce la nostra intervista ma non la nostra disponibilità a seguire lei e la sua associazione in eventuali suoi sviluppi. La ringraziamo per la sua cortesia nel rispondere alle nostre domande

Sono io, di vero cuore, a ringraziare lei e il Quotidiano l’Italiano per avermi offerto l’opportunità di parlare della nostra missione.

In conclusione, di questo nostro articolo, non possiamo che ribadire l’attualità sull’emergenza di una nuova prospettiva da realizzare sulle carceri italiane. Una visione che con saggezza possa unire una condizione dei detenuti più umana e veramente ispirata al recupero di essi insieme alla rassicurazione,

per il popolo italiano, che la nostra Giustizia è fedele nel proteggerci da un certo tipo di malavitosi con pene adeguate e certe, dando loro sempre la possibilità di riscatto ma senza cadere nell’ingenuità nel non pensare che questi tipi di reclusi non riescono, anche dalle carceri, a gestire un mondo mafioso che è sempre attivo, purtroppo, nella nostra società.

Il problema, seppur complesso, appare nel tempo risolvibile se non fosse che coloro che hanno un potere decisionale su questo argomento spinoso siano condizionati da personali ragionamenti di parte e non di buon senso.

Riflessioni, quest’ultime, nostre, personali.

 Per info e contatti: –  la pagina Facebook dell’Associazione “Un ponte per Onesimo” https://www.facebook.com/profile.php?id=100064679979859

Romano Scaramuzzino

Nicola Garofalo Pastore evangelico, presidente dell’Associazione “Un ponte per Onesimo” ODV

Un braccio di un penitenziario in Italia

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